venerdì 4 agosto 2017

come essere felice senza volerlo

Chi può dirsi felice? Chi ha dei gran soldi? Ne dubito. Ho conosciuto personalmente un paio di persone ricche che si sono suicidate. Durante il periodo di depressione, vissuto pochi anni or sono, in cerca d’informazioni sullo stato d’animo che mi ha attanagliato per circa due anni, su Internet ho perfino trovato un club esclusivo i cui membri erano tutti depressi oltre che straricchi. Ok, nemmeno la miseria di per sé potrà fare la felicità di una persona, ma almeno costei ha l’urgenza di sbattersi per trovare di che sfamarsi e difficilmente potrà cadere in una depressione mentale, avendo ben altro a cui pensare. Ho il sospetto che quei ricchi che dicono di soffrire di depressione in realtà soffrono di una noia senza fondo. Quando hai tutto e puoi soddisfare qualsiasi desiderio su due piedi o seduta stante senza alcuna fatica, arrivi ben presto alla saturazione del piacere. Da qui il pungolo a procurarsi esperienze sempre più spinte farcite d'adrenalina o ad appagare desideri inconfessabili ai comuni mortali, fuori da qualsiasi regola socialmente stabilita. La differenza dai drogati viene così annullata.

È mai possibile essere felice in un mondo d’infelici? Per essere felice uno deve aspettare che lo siano prima tutti gli altri? È probabile che siano domande senza un fondato senso e così fosse non vale certo la pena cercare una risposta. Contrapporre l’uno (il singolo essere umano) a tutti gli altri (il resto dell’umanità) non ha alcun significato. È necessario ridurre il raggio d’azione poiché per quante persone possa incontrare durante l'intera vita non avrò certo il piacere di conoscerle tutte. Morale della favola: per essere felice è sufficiente trovarsi a proprio agio con chi ci sta intorno, specie quelli a noi più cari. Naturalmente, non con tutti quelli che conosciamo abbiamo un rapporto equilibrato, razionale, amichevole, rilassato, ma questo fa parte della vita. Senza scontri (non-armati), litigi, ostacoli, intoppi, deviazioni, errori, come diavolo faremmo a crescere mentalmente ed evitare quindi di ripetere gli stessi sbagli o riparare alle nostre manchevolezze? Se c’è il bello c’è anche il brutto, vedi il tempo metereologico, ad esempio. Domani è incerto, potrebbe splendere il sole come potrebbe pure venire giù il diluvio. Chi desiderasse soltanto il Sole, prima o poi abbrustolirebbe al pari d'una nocciolina americana. A quelli invece, ben pochi in verità, che vorrebbero soltanto giorni uggiosi e cupi, oggi come ieri, propongo di emigrare su un’isolotto e crearsi una mega-nuvola fantozziana stabile e perenne sulle loro teste.

Quali sono gli ingredienti essenziali per essere felice? È una bella domanda a cui vorrei dare un’altrettanta bella risposta. Vediamo cosa riesco a combinare. Se, come abbiamo visto, l’avere molto denaro di per sé non dà la felicità, ciò significa che nessun altro bene materiale (o spirituale) la può dare poiché altrimenti basterebbe comprarlo. A sua volta questo significa che la felicità non si può acquistare contrariamente alla soddisfazione. La si può forse cercare? No! se ci atteniamo a chi ha visto giusto più di quanto io possa mai fare (un tocco di falsa modestia, oibò). Ciò ci permette di fare un altro passo avanti e asserire che la felicità arriva quando meno te l’aspetti; in altre parole, non è un fine raggiungibile deliberatamente, con un qualsivoglia sforzo di volontà. Il che vuol dire che il processo attraverso cui la felicità s’acciuffa è sostanzialmente inconscio (spontaneo / che accade di per sé / dalle modalità del tutto naturali): quei momenti —brevi o espansi — in cui siamo felici, non sappiamo di esserlo. Se mentalmente ripercorrete il vostro passato potete constatare voi stessi che i momenti più belli (felici) sono stati quelli accaduti per caso, non-cercati, non-voluti.

Il primo ingrediente per la ricetta della felicità ce l’abbiamo: non va cercata né desiderata. L’altro ingrediente essenziale, sempre stando a chi ha il boccone in bocca mentre gli altri pendono dalle sue labbra, è che la felicità è un derivato, un sottoprodotto.

Intervallo:
Ok, disse Ben Hora, ma un derivato de che? Un sottoprodotto de che?
Socratema di Girotondo gli rispose: Se te lo dicessi che gusto ci sarebbe? Devi scoprirlo te stesso, non c’è altra scelta.

Se mi accontentassi della risposta di Socratema, il post potrebbe benissimo terminare qui e ora. Se continuo a scrivere è perché, evidentemente, sono tipo difficile da accontentare con le parole.

Avanzando in modo logico, che non è necessariamente quello migliore, potrei dire che se la felicità è un sottoprodotto allora bisogna individuare, come giustamente osservava Ben Hora poc’anzi, la matrice da cui scaturisce. Forse sarebbe più esatto dire caleidoscopio al posto di matrice. In via intuitiva e provvisoria, immagino sia necessario accordare in sé entrambi i lati del proprio essere: quello chiaro, esposto alla luce del sole, razionale, coerente, educato, e quello oscuro — che mai potremo conoscere del tutto —, che talvolta prende il sopravvento in quei momenti di squilibrio, di scoordinamento delle funzioni mentali e del movimento. In termini religiosi, forse più semplici ma pur sempre in-definiti, potremmo dire che è necessario combinare l’angelo e il diavolo che sono in noi. La storia è piena di testimonianze in cui persone considerate “per bene” (angeliche) si sono trasformate in feroci assassini. Per converso, altrettanto numerosi sono i casi in cui il “poco di buono” (uno pseudo-diavoletto alla Maxwell) si è dimostrato così altruista da rischiare la propria vita per salvare quella di un altro. Ciò avvalora la tesi che è la situazione a plasmare il comportamento dell’uomo? Può essere ma potrebbe anche essere altrimenti. Se fosse soltanto la situazione la causa del nostro agire, ciò significa forse che siamo in balìa degli eventi? Faccio fatica a crederlo. Che sia la situazione a determinare (indirizzare calzerebbe meglio) il comportamento posso accettarlo, ma non accetto che sia l’unico fattore a concorrere. La risposta dipende anche dall’individuo a cui capita la tal esperienza ed è lui stesso che alla fin fine deciderà in base al suo grado di sviluppo/coordinamento fino a quel momento raggiunto. Poco sviluppo equivale a basso livello di risposta che risulta in uno scarso impatto sulla realtà; alto sviluppo significa rispondere appieno all’esigenza di quella determinata situazione attraverso un fattore di coordinamento sia cognitivo sia emotivo che motorio.

In breve, è necessario conoscersi piuttosto bene, essere sufficientemente informati di come gira il mondo, che a sua volta implica saperne sull’eredità del passato umano (la Storia nel suo senso più ampio) e mantenersi vigili, attenti e pronti, sebbene nulla impedisca di sgarrare a tali requisiti di tanto in tanto. Questa dura disciplina se non è controbilanciata da un senso di leggerezza, autoironia, un “non prendersi troppo sul serio” (quantomeno non sempre), può condurre allo scassamento di palle nei riguardi degli altri o all’intolleranza verso di essi nel peggiore dei casi.

Tirando le fila ma non ancora le cuoia, qualora conduciamo una vita libera da costrizioni e gabbie mentali, stimiamo chi ne è degno — il che implica esserlo a propria volta — amiamo ciò che facciamo, nutriamo un senso di vicinanza per ogni forma di vita, sebbene alcune di esse finiranno sotto i nostri denti (se ancora ne abbiamo), e camminiamo sulla faccia della Terra in un abbraccio che avvolge ogni cosa, solo allora scaturisce la felicità in quanto sottoprodotto di tutto ciò che l’ha preceduta e le ha permesso di manifestarsi, a nostra insaputa, sia chiaro. Della felicità se ne può sapere qualcosa solo dopo che è finita.

E vissero scontenti e tuttavia felici.


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