giovedì 12 luglio 2018

di che pasta siamo fatti - 2

Il mio cervello è per ora “fuori servizio”, proprio come — in forma ridotta e semplificata — un ascensore bloccato che non funziona più finché non viene ri-aggiustato. Dall’ultimo post mi sono informato meglio sull’esperimento di Milgram leggendo al proposito il suo libro Obbedienza all’autorità che descrive per filo e per segno come sono andate le cose durante i vari esperimenti eseguiti sul campo. Non contento, mi sono informato pure su un altro esperimento — noto come Esperimento Carcerario di Stanford — che ha fatto anch’esso molto scalpore nell’opinione pubblica, ad opera dello psicologo sociale Philip Zimbardo (anche Milgram era uno psicologo sociale). Pure in questo caso mi sono rifatto alle fonti dell’Esperimento Carcerario di Stanford leggendo il tomo L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? di circa 800 pagine ad opera dello stesso Zimbardo. Nel prossimo post, salvo cause di forza maggiore, ne parlerò citando qua e là i due libri summenzionati. Il tema in gioco è di estrema importanza di questi tempi difficili per chiunque (tranne gli irresponsabili). Alla fine, se resta ancora qualcosa da dire, tireremo le somme. 
Mi scuserete quindi se anche stavolta vi chiederò di proseguire la lettura del capitolo “Il branco nella mente” (vedi post precedente) del libro Il drago nello specchio. L’evoluzione dell’intelligenza umana dal Bing Bang al Terzo Millennio di J. Skoyles e D. Sagan.



Un tabù scientifico

Non vogliamo vedere. Prima di proseguire nell'esame della nostra natura sociale e della parte del nostro cervello che vi presiede, dobbiamo chiederci come mai ne sappiamo così poco. Uno degli aspetti più affascinanti di noi stessi è sicuramente il modo in cui ci influenziamo a vicenda, perché esso rappresenta sia una parte della ricchezza delle nostre vite sia una delle ragioni per cui rinunciamo alla nostra libertà (ed è necessario capire questa perdita di libertà se vogliamo comprendere le nostre origini evolutive). Siamo di fronte a un tema tanto importante quanto poco studiato.
Il problema può essere ricondotto al nostro individualismo. Ci consideriamo padroni assoluti delle nostre azioni e preferiamo ignorare il modo in cui non lo siamo. Una delle scoperte più sorprendenti dell'esperimento di Milgram fu l'incapacità di psichiatri e psicologi di prevederne il risultato. Chi avrebbe potuto riuscirci meglio di loro? Essi però si sbagliarono e il loro errore è dovuto in parte al fatto che la nostra dottrina dell'individualismo ci porta a rimuovere il potere dell'influenza reciproca. Il nostro grado di indipendenza è sovrastimato. Se non osserviamo delle limitazioni palesi, diamo per scontato che le persone agiscano libere dal giudizio altrui. Questa convinzione non è di per sé irragionevole, semplicemente si rivela spesso sbagliata. Siamo molto restii ad accettare questo fatto; il solo argomento ci sembra disdicevole. Pur di non riconoscere che le persone possono rinunciare alla propria libertà saremmo anche disposti a non intraprendere una ricerca che potrebbe mostrarci come conservare la nostra indipendenza.
A nessuno sarebbe oggi consentito ripetere le ricerche condotte da Milgram. Per dirla in termini eufemistici: importanti voci del mondo della psicologia lamentarono che Milgram aveva esagerato e si era comportato scorrettamente nei confronti dei soggetti studiati. Per dimostrare la tendenza all'obbedienza, Milgram era stato costretto a deformare i dati. Non avrebbe certo potuto dire qual era il vero oggetto delle sue ricerche né chiedere di somministrare vere scariche elettriche, men che meno mortali. Aveva dovuto mentire e pagare un attore che simulasse le urla e le suppliche di un'immaginaria persona su un'immaginaria sedia elettrica. In altre parole, Milgram aveva ingannato i suoi soggetti. Sbagliò ad agire così? Vi fu una forte reazione contro il suo ricorso all'inganno. Oggi, nessuna commissione etica approverebbe una ricerca simile.
Ma fu davvero l'inganno a far gridare allo scandalo? Alcuni ricercatori non ne erano convinti e condussero autonomamente ulteriori esperimenti. Chiesero a un gruppo di persone di esprimere un giudizio sulla ricerca di Milgram, ma le sviarono presentando loro versioni diverse dei metodi utilizzati e dei risultati ottenuti: a una metà di queste persone fu detta la verità sulla natura dell'esperimento e sulla presenza di un attore, all'altra metà fu invece raccontata una versione diversa. Ciascun gruppo fu poi suddiviso ulteriormente: a una metà furono comunicati i risultati reali dell'esperimento (i soggetti avevano obbedito), all'altra i risultati ipotizzati e smentiti dall'esperimento (i soggetti non avevano obbedito).
L'esplicita menzione dell'inganno non alterò il giudizio espresso sulla moralità dell'esperimento. L'inganno fu giudicato un metodo accettabile, ma soltanto dalle persone cui era stato detto che i soggetti non avevano obbedito. Ciò dimostra che le critiche all'esperimento di Milgram non riguardavano il metodo ma il risultato, ossia il fatto che le persone rinunciano facilmente alla propria libertà. Qualsiasi ricerca che dimostri che siamo nati non liberi e che annulliamo la nostra individualità di fronte agli altri o al gruppo tocca un nervo scoperto. Preferiremmo non sapere.
L’individualismo ha dunque fatto della nostra natura sociale uno degli ultimi tabù, per lo meno nel mondo scientifico. Gli studiosi che se ne occupano, di solito, usano un approccio individualistico. Tanto che un sociopsicologo, Daniel Batson, lamenta che «il tema è diventato un tabù (un po' come il sesso per i vittoriani), qualcosa di cui noi sociopsicologi evitiamo di parlare, almeno in pubblico». Le ricerche, osserva, «si sono mosse soltanto in superficie […] presumendo forse che il problema imbarazzante della nostra natura sociale scomparirà da sé». Batson inoltre afferma che «forse il motivo per cui i sociopsicologi hanno dedicato poco tempo a interrogarsi sulla nostra natura sociale è che conoscono già le risposte […]. Il nostro comportamento può essere altamente sociale, i nostri pensieri possono essere altamente sociali, ma nei nostri cuori, noi viviamo da soli […]. Siamo degli egoisti sociali». Come dice un altro psicologo: «Da Freud ai sociobiologi, da Skinner ai sociocognitivisti, da Goffman ai teorici del gioco, l'assunto della psicologia occidentale è che gli essere umani per loro natura sono degli individualisti asociali […], le relazioni sociali sono dei mezzi strumentali per fini non sociali o dei vincoli che ostacolano la soddisfazione di desideri individuali». Un antropologo cinese ha chiamato questo atteggiamento il “blocco” occidentale. Gli scienziati preferirebbero che noi fossimo delle macchine che usano gli altri per soddisfare i propri desideri e i propri impulsi individuali. In buona sostanza, è così che ci studiano. Hanno tuttavia qualche difficoltà con il fatto che la maggior parte del tempo sono anch'essi (come tutti noi) degli esseri sociali calorosi, sensibili, premurosi.
Naturalmente noi siamo proprio questo. Essere delle creature sociali non limita, di norma, la nostra libertà, anche se in determinate circostanze può farlo. Ma se vogliamo essere liberi, dobbiamo comprendere perché rinunciamo così spesso alla nostra libertà. È un quesito che dobbiamo porci per capire quali abilità si nascondano dietro alla nostra sociabilità, alla nostra mente e al suo viaggio avventuroso e non possiamo farlo se prima non riconosciamo che la nostra natura è sociale.


La mente non è libera?

Dove si trova la libertà? Forse in uno stormo di uccelli migratori? Migliaia di uccelli volano insieme ad alta velocità e si muovono in perfetta coordinazione. Lo stormo va ora da una parte, ora dall'altra. Ogni volta che vira è come se un’onda lo attraversasse. Queste «onde di manovra» partono lentamente da alcuni individui, per poi diffondersi rapide lungo l'intero stormo. Se i singoli individui non reagissero all'unisono, lo stormo si disperderebbe e gli uccelli rimasti isolati sarebbero così esposti ai predatori. Talvolta può essere intelligente, ai fini della sopravvivenza, rinunciare alla propria libertà e adeguarsi al gruppo.
Una volta avviata, l'onda si propaga attraverso lo stormo coinvolgendo settanta uccelli al secondo. Sorprendentemente, questa velocità è molto più elevata rispetto al tempo di reazione di un singolo uccello e ciò significa che, prima di virare, gli uccelli non hanno la possibilità di vedere i vicini e di dirsi «Ehi, hanno cambiato direzione, mi conviene imitarli». Ci deve essere qualcos'altro, oltre all'imitazione, che sincronizza lo stormo. In qualche modo gli uccelli riescono a percepirsi, anche se soltanto per un attimo, come parte di un tutto. Sentono che un'onda si sta formando e calcolano il momento giusto per inserirsi.
Gli individui possono smettere di essere tali in molti modi diversi, non soltanto durante un volo di gruppo. Gli uomini possono reagire fisicamente come un gruppo: un'onda attraversa le gambe di una fila di ballerini a una velocità approssimativa di dieci ballerini al secondo. Come per le manovre degli uccelli, anche in questo caso ciò avviene troppo rapidamente per poter essere considerato una reazione al movimento dei compagni vicini. Qualcosa di simile, anche se certamente a un livello più profondo, coordina un gruppo jazz o una squadra di pallacanestro. Ciò indica che le persone sono brave, sorprendentemente brave, a sincronizzare le proprie azioni all'interno di un sistema più ampio. I soldati, quando marciano a tempo l'uno con l'altro, non agiscono come individui.
Tutti possediamo un senso del noi, che ci identifica con il nostro gruppo e che ci favorisce rispetto agli estranei. Abbiamo tutti i nostri giri di amici, a scuola, all'università, nello sport. Andiamo in cerca di persone che fanno parte dello stesso circolo, hanno fatto gli stessi studi, parlano con lo stesso accento. Queste attività sono in gran parte innocue ma la nostra fedeltà presenta anche un lato più oscuro. Quando il membro di un gruppo chiuso viene scoperto a fare qualcosa di sbagliato (ad esempio violenze fisiche o abusi sessuali, falsificazione di dati o corruzione) i compagni lo proteggono. I loro legami di fedeltà li portano a trattare la spia, non il trasgressore, come il vero criminale. E questo soprattutto se la spia fa parte del gruppo stesso: non si va in giro a spifferare, raccontare storie, o informare chicchessia sui fatti privati dei propri compagni!
Nelle loro ricerche i sociopsicologi osservano che noi siamo facili vittime dei pregiudizi. Basta un piccolissimo indizio che ci faccia capire che non apparteniamo allo stesso gruppo perché ci schieriamo subito dalla parte del «nostro gruppo di appartenenza». E la ragione per cui apparteniamo a un gruppo piuttosto che a un altro può anche essere semplicemente che preferiamo ad esempio Paul Klee a Wassily Kandinsky. Non abbiamo bisogno di incontrarci o interagire con gli altri membri del gruppo, il pregiudizio riesce comunque a mostrare la sua brutta faccia. Il discrimine può essere la squadra del cuore, la scuola, la città, la nazione o il colore della pelle. Una volta identificate pienamente con un noi, le persone diventano sensibili ai bisogni del loro gruppo e indifferenti a quelli degli altri. Gli estranei non contano più. Maggiore è il grado di identificazione con il noi, maggiore è la cecità nei confronti dell'umanità che condividiamo con il loro. In questo atteggiamento psicologico è chiuso il lato crudele e ripugnante della storia e della razza umana: il mondo della «pulizia etnica», dei genocidi, dei pregiudizi razziali, del terrorismo globale. Possiamo anche nascere soli, ma impariamo rapidamente a identificarci con il gruppo e ciò talvolta può portare a conseguenze barbariche (dobbiamo qui ricordare, almeno brevemente, il fatto che l'avanzamento della scienza e dell'etica ha portato, almeno in Occidente, a un fermo rifiuto razionale di questa tendenza psicologica sociale a privilegiare il gruppo di appartenenza).
Quando diciamo noi intendiamo in realtà molto di più del nostro gruppo sociale. Esiste anche un noi silenzioso che forma la nostra vita in accordo con quella delle persone a cui siamo vicini. Un'armonia nascosta nella nostra mente segna i nostri legami con gli altri. Gli animali sociali sono tali non soltanto nei loro comportamenti di superficie ma anche nel profondo del loro cervello.
Molte sostanze chimiche governano il funzionamento dei neuroni e, di nascosto dalla nostra coscienza, regolano le nostre emozioni e le nostre vite. Possiamo anche pensare di essere liberi ma la nostra libertà si muove all'interno di una gabbia neurofarmacologica. La scienza inizia soltanto ora a comprendere le basi neurali della sociabilità. Nei cervelli di persone fisicamente o emotivamente vicine, i livelli delle sostanze chimiche aumentano e diminuiscono con gli stessi ritmi. […] Sembra che i nostri cervelli vogliano essere orchestrati come parti di un più ampio insieme sociale.
Le sottili interazioni con le persone a cui siamo emotivamente o fisicamente vicini hanno probabilmente una base cerebrale e si “sintonizzano” con gli eventi esterni. Quando siamo in compagnia di qualcuno che ci piace molto, i nostri movimenti si sincronizzano con i suoi. Siamo tutto tranne che statue di cera quando chiacchieriamo, il volto e le mani si muovono con quelle dell’interlocutore; insieme interagiamo in un duetto di contatti visivi, toni di voce, espressioni facciali, atteggiamenti del corpo, contatti fisici (strette di mano, gesti di conforto, abbracci). Facciamo tutto questo in modo inconsapevole e spontaneo, come parte dell'ordine naturale dello stare insieme a qualcuno. Il sorriso è la maniera con cui il cervello comunica la sua felicità a un altro cervello. I sorrisi falsi non ingannano nessuno. Quando “indossiamo” un sorriso non muoviamo tutti i muscoli necessari a sfoggiare un sorriso genuinamente sincero. I sorrisi sinceri non fanno soltanto distendere le labbra ma anche increspare la pelle attorno agli occhi (almeno in chi non si è fatto un lifting). I nostri volti comunicano molto più di quanto immaginiamo o pensiamo di controllare.
Queste manifestazioni modificano la nostra neurofisiologia. Possiamo stare sulla difensiva o mostrarci inamovibili per respingere le emozioni che vediamo negli altri, ma se ci apriamo, esse ci toccano nel profondo. Perfino le espressioni degli attori in un film ci coinvolgono. Quando seguiamo le vicende di un estraneo su uno schermo ci immedesimiamo in lui, la nostra stessa fisiologia subisce dei profondi cambiamenti. Se riusciamo a provare empatia anche verso emozioni negative, ci sincronizziamo con ciò che avviene a livello fisiologico in quell'estraneo. E se il debole contatto virtuale con l'immagine su uno schermo riesce a modificarci in modo così percettibile, il legame neurofisiologico tra persone fisicamente ed emotivamente vicine (che sorridono, piangono, lottano, si amano) deve essere decisamente più intenso. Il nostro cervello probabilmente si sintonizza con ciò che accade nelle persone che ci sono vicine in maniera molto più profonda di quanto noi immaginiamo (o vogliamo: più di una relazione è naufragata perché la depressione dell'uno viene percepita e deprime anche l’altro).

[…]

[…]. L'isolamento sociale è il contrario dell'essere innamorati? Esistono nei due casi differenze nella secrezione di queste sostanze chimiche e nella sensibilità a esse? Non lo sappiamo. Nonostante sia una cosa di fondamentale importanza per ciascuno di noi, sappiamo ancora poco su come e quando i nostri corpi si accordano l'uno con l'altro. Uno degli aspetti più complessi della nostra esistenza si svolge sotto i nostri occhi, senza che noi riusciamo a osservarlo e a riconoscerlo.


Gli altri

Siamo animali straordinariamente sociali. Non sono solo gli scimpanzé ad avere un bisogno così intenso della compagnia reciproca. Sembra abbastanza plausibile calcolare che trascorriamo più di due terzi delle nostre vite (affetti, ansie, azioni) assieme ad altre persone. Persino quando rimaniamo soli la maggior parte dei nostri pensieri è rivolta agli altri: «Che cosa ho detto? L'avrò ferito? Ci vorranno ancora bene? Sarà ancora arrabbiata con me?». Raramente parliamo soltanto per fornire informazioni agli altri; la maggior parte del tempo parliamo per essere amici: chiacchieriamo, spettegoliamo, creiamo legami. E non soltanto per pochi minuti ma per ore intere. Il 70% di ciò che professori e studenti si raccontano quando pranzano assieme sono discorsi sugli altri: una forma di socializzazione. Il nostro cervello ci predispone all'amore e all'amicizia ma anche all'odio se veniamo rifiutati. Di solito è più piacevole fare le cose assieme ad altri piuttosto che da soli. L'isolamento è una tortura che pensiamo di poter sopportare ma solo alcuni hanno un cervello che lo consentirebbe.
William James, padre della psicologia americana, ha espresso il concetto molto bene: «Il sé sociale di un uomo è il riconoscimento che gli viene dai suoi compagni. Non siamo soltanto degli animali gregari, a cui piace essere visti in compagnia dei nostri simili; abbiamo anche una propensione innata a farci notare, farci notare favorevolmente, dalla nostra specie. Se la cosa fosse concretamente possibile, non ci sarebbe punizione più crudele per noi dell'essere privati di qualsiasi affetto sociale, costretti a rimanere del tutto ignorati dagli altri membri della società. Se nessuno si accorgesse di noi quando entriamo in un luogo, se nessuno rispondesse alle nostre parole o si interessasse a ciò che facciamo, se tutti quelli che incontriamo ci "evitassero", agissero come se non esistessimo neanche, dopo breve tempo nascerebbe in noi un tal senso di rabbia, di disperazione, di impotenza che persino la più crudele delle torture sarebbe per noi un sollievo: il dolore fisico ci farebbe sentire che, per quanto fossero grandi le nostre pene, non saremmo caduti talmente in basso da non essere più degni di alcuna attenzione».
[…]. Naufraghi, esploratori dell'Antartico, prigionieri in marcia da un campo di concentramento a un altro, tutti raccontano di aver sentito qualcun altro accanto a sé, di aver percepito, nel momento del bisogno, la presenza di qualcuno che li proteggeva. I bambini hanno spesso un amico immaginario, di fatto molto più spesso di quanto gli adulti possano credere. Anche da adulti, nella solitudine del mondo moderno, creiamo dei legami affettivi con i nostri cani, gatti, o altri animali di casa. La loro compagnia ci offre il contatto che cerchiamo con gli altri esseri umani ma talvolta non riusciamo a trovare.
Il contatto sociale è una sorta di supervitamina di cui non siamo coscienti. Non assumerne a sufficienza può danneggiare la nostra salute come mangiare male, fumare, non fare abbastanza movimento fisico. O forse ancora di più: ricerche condotte su persone che vivono da sole mostrano che la mancanza di contatti quotidiani comporta lo stesso rischio di riduzione dell'aspettativa di vita che incombe su chi fuma un pacchetto di sigarette al giorno! Diversamente dal fumo, però, non esistono avvertenze sanitarie ufficiali sui pericoli della vita solitaria. Ne proponiamo una noi: secondo un articolo pubblicato su Science nel 1988, chi vive da solo ha il doppio delle probabilità di morire rispetto alle persone che vivono assieme ad altri. Dopo un attacco di cuore, ad esempio, le possibilità di averne un altro nell'arco di sei mesi successivi sono una su sei in chi vive da solo, si riducono invece a uno su undici in chi vive con altri. Non sorprende dunque che il contatto sociale diventi un fattore così importante quando ci ammaliamo. Chi guarisce dal cancro, ad esempio, ha una maggiore aspettativa di vita e un minor rischio di recidiva quanto più incontra altre persone in contesti sociali. Forse ciò dipende dal fatto che le persone sottoposte a stress e prive di un sostegno sociale hanno un sistema immunitario più debole, mentre il sostegno sociale rafforza le difese immunitarie. La necessità di contatti umani è così profonda che essi sono integrati nel meccanismo che aiuta il nostro corpo a combattere le malattie.
Il bisogno che il nostro cervello prova degli altri e del loro affetto è necessario per crescere. Nel 1915, negli orfanotrofi di New York moriva il 100% dei bambini. Oggi gli orfani di New York sono più fortunati. Durante una visita in Germania, un dottore americano vide una grassa donna anziana che cullava un neonato nel reparto sterilizzato di un orfanotrofio. Incuriosito chiese chi fosse quella signora florida. «È Nonna Anna» gli risposero i medici. «Ogni volta che abbiamo fatto tutto il possibile ma il bambino ancora non si riprende, lo affidiamo a Nonna Anna, che non fallisce mai». Accarezzati e massaggiati, i bambini prematuri recuperano meglio, il loro peso aumenta del 47% in più rispetto ai bambini che ricevono soltanto delle cure standard. I piccoli di ratto, se privati del contatto fisico, non producono più le proteine necessarie per lo sviluppo. Le dolci e amorevoli cure, fatto altamente ascientifico per gli scienziati, sono cruciali per la nostra sopravvivenza, soprattutto nella prima infanzia.
Negli anni Cinquanta, alcuni scienziati diretti da Harry F. Harlow, separarono dei neonati di scimmia rhesus dalle loro madri e li costrinsero a crescere socialmente isolati. Da adulti essi svilupparono disturbi del comportamento. Desideravano una madre o, in sua assenza, una qualsiasi forma di tenerezza. Quando gli veniva offerta la possibilità di scegliere tra una morbida "madre" artificiale (un pupazzo di stoffa con un volto) e un manichino di filo di ferro con una mammella artificiale, passavano la maggior parte del loro tempo accanto al pupazzo di stoffa. Un tenero abbraccio era più importante del cibo. Quando erano spaventati correvano a rifugiarsi dalla soffice "madre". Da adulte queste scimmie erano individui strani e "psicotici".
Gli psicologi hanno visto che anche i bambini hanno bisogno di una "madre" e di un legame con lei. Nei piccoli, la creazione del legame non riguarda sempre la madre biologica (può essere anche il padre o il genitore adottivo) né un'unica persona (possono essere allo stesso tempo il padre, la madre e/o altri tutori). I bambini hanno anche dei bisogni differenziati: alcuni mostrano un attaccamento più forte, altri più debole. Essi determinano attivamente il tipo di legame che instaurano con gli adulti: alcuni non amano le coccole, altri non possono farne a meno. E, naturalmente, questo bisogno di attaccamento cambia man mano che il bambino cresce. Un tempo, chi dirigeva gli orfanotrofi o gli ospedali per l'infanzia, non era interessato a queste cose: per il benessere di un bambino l'igiene contava più del contatto fisico.
Gli effetti della mancanza di legami precoci possono essere molto profondi. Gli esami post mortem sui cervelli delle scimmie di cui parlavamo poco sopra ci mostrano che la mancanza di contatti sociali ha avuto ripercussioni sul cervello, lasciandone inalterata la struttura ma compromettendone il sistema dei neurotrasmettitori.
Questa scoperta (disfunzioni a livello dei neurotrasmettitori nei primati privati di forme di legame in età precoce) ha ricadute preoccupanti anche per noi esseri umani. Lo sviluppo particolare del nostro cervello ci rende ancora più esposti a questo tipo di danno. Le anomalie registrate nelle scimmie rhesus interessavano infatti le parti del cervello che maturano per ultime, e il cervello di queste scimmie è praticamente già completo al momento della nascita. Il nostro, invece, arriva dopo un anno di vita alla maturità che il cervello delle scimmie rhesus raggiunge già in utero, molto tempo prima di nascere. Dopo la nascita, infatti, il loro cervello cresce ancora del 70%, il nostro di un clamoroso 340%, quasi cinque volte di più. Ciò significa che probabilmente il cervello umano è molto più vulnerabile a disfunzioni relative ai neurotrasmettitori in seguito all'assenza, durante lo sviluppo, di normali legami affettivi.
Rispetto a quella delle scimmie, dopo la nascita la nostra mente è pronta solo a metà. La sua vulnerabilità, l'altra faccia della plasticità neurale e della potenzialità di sviluppo intellettivo, ci espone maggiormente al rischio di danni cerebrali. Purtroppo non è soltanto teoria. Agli inizi degli anni Novanta, molte famiglie americane adottarono bambini provenienti da orfanotrofi romeni. Negli Stati Uniti, i medici scoprirono che lo stato di abbandono in cui questi bambini avevano trascorso i loro primi anni di vita aveva lasciato un segno profondo nel loro cervello. Come prima cosa, molti avevano il cervello appiattito da un punto di vista anatomico per essere stati costretti a rimanere sempre nella stessa posizione nella culla. Il vero problema tuttavia non veniva da questa malformazione — poiché la forma del cervello non incide sul suo funzionamento — bensì da difformità significative a livello dello sviluppo cerebrale. Harry Chugani dello Wayne State University Children's Hospital di Detroit, ha eseguito degli esami PET e le immagini hanno mostrato che l'attività cerebrale superiore di questi bambini era sotto la norma del 50%. La cosa non riguardava per altro tutte le parti del cervello: l'isolamento sociale subìto in età precoce aveva danneggiato la corteccia prefrontale, causando una riduzione della sua attività rispetto ad altre parti del cervello. Il comportamento di questi bambini presenta somiglianze con casi di lesioni prefrontali: essi hanno difficoltà a controllare le proprie emozioni, tendono a tenere lo sguardo fisso nel vuoto, creano legami affettivi superficiali.
Ma ci sono dati ancora più preoccupanti. Nel 1994, Adrian Rane, Patricia Brennam e Sarnoff A. Mednick della University of Southern California hanno scoperto che il comportamento violento esibito da alcuni adulti è legato all'effetto combinato di complicazioni durante il parto e abbandono da parte della madre in età precoce. Difficoltà durante il parto possono facilmente causare danni cerebrali, poiché un travaglio complicato può ridurre l'afflusso di ossigeno al cervello, ma il punto importante di questa ricerca è un altro, ossia presi singolarmente, questi due fattori (complicazioni e abbandono) non aumentano il rischio di sviluppare un comportamento violento in età adulta, quando invece sono combinati, sì. I ricercatori hanno studiato un gruppo di 4269 bambini maschi, in cui solo il 4,5% presentava questa combinazione: questo 4,5% era però responsabile del 18% di tutti gli omicidi, le rapine a mano armata, i tentativi di omicidio, gli stupri e le risse commessi complessivamente dall'intero gruppo. L'abbandono materno aveva in qualche modo ulteriormente penalizzato i loro cervelli già gravati da una nascita difficile.
Perché il cervello ha bisogno di legami affettivi? La risposta è che ogni mammifero sociale, sin dalle sue primissime ore di vita, ha bisogno di una madre (o di qualcuno che ne faccia le veci) per poter funzionare in maniera corretta da un punto di vista fisiologico. […] Siamo degli esseri profondamente sociali. Il nostro cervello non si sviluppa o non lavora da solo: è parte di una rete più ampia.
La dipendenza dai genitori in età precoce aiuta il cervello umano a sviluppare legami necessari anche nelle fasi successive della vita. La relazione con la madre offre al bambino un "modello di lavoro" per creare attaccamenti emotivi con altri. La selezione naturale ha messo a punto questo stratagemma per consentirci di essere socialmente adeguati. Una delle scoperte principali della psicologia sperimentale moderna è proprio l'importanza della qualità dei legami infantili nel creare un quadro di riferimento per le relazioni amorose e genitoriali dell'adulto. Un legame labile tra madre e figlio porta, più avanti nella vita, a relazioni amorose instabili. Esso, inoltre, incide fortemente sull'attaccamento che l'individuo saprà sviluppare da adulto nei confronti dei propri figli. Le radici precoci di questo processo regolativo sono state messe in relazione anche con altre reti di legami riguardanti le nostre amicizie e persino la fede in Dio.
Relazioni solide in età adulta possono contribuire a sciogliere legami precoci insoddisfacenti. Laddove possibile, i bambini hanno una grande capacità di trovare dei sostituti per compensare l'assenza di cure da parte dei loro genitori; anche molti fidanzati e terapeuti rappresentano questa compensazione. Ma i legami precoci sono così potenti che, di solito, lasciano su di noi il loro marchio emotivo.
In qualsiasi età, i legami emotivi incidono sul funzionamento del nostro corpo e sul nostro stato di salute generale. Le relazioni negative disturbano in senso letterale (cioè fisiologico) il nostro autocontrollo, la nostra omeostasi, mettono a rischio il nostro benessere. Rispetto a chi vive una relazione sentimentale, ad esempio, chi non ce l'ha presenta disordini al sistema immunitario e quindi è più soggetto a raffreddori. Uno studio condotto su studenti universitari ha mostrato come, attorno ai cinquant'anni, nove individui su dieci di quelli che avevano dichiarato di aver avuto genitori distaccati e poco premurosi, avessero un cattivo stato di salute (patologie cardiache, pressione sanguigna alta, ulcera allo stomaco e alcolismo); al contrario, soltanto uno su quattro degli studenti con genitori affettuosi e premurosi soffriva di questi disturbi.
Le relazioni affettive, inoltre, contribuiscono a determinare il modo in cui impariamo. Quando una madre ha paura, il suo piccolo osserva lei e ciò che la impaurisce e acquisisce le sue ansie. Gli psicologi chiamano questo fenomeno «riferimento materno» o «sociale». Queste emozioni guidano i bambini, soprattutto nei momenti di incertezza. I bambini piccoli si avventurano su una lastra di vetro solo se vedono che la madre è contenta che lo facciano, viceversa desistono. I bambini (e anche le scimmie giovani) apprendono allo stesso modo anche le emozioni positive. Vedono le persone con cui la madre si dimostra affabile e sviluppano lo stesso tipo di simpatia nei loro confronti. Quando giocano con le bambole o incontrano degli estranei, utilizzano la madre come un punto di riferimento, imparano da lei cosa devono temere e cosa possono amare. Probabilmente non smettiamo mai di utilizzare i legami affettivi per orientare i nostri sentimenti (anche se cambiano i modi in cui lo facciamo). I bambini seguono la religione dei loro genitori, e spesso anche le loro inclinazioni politiche, nel corso della loro esistenza. Gli psicologi di gruppo vedono che noi assumiamo le norme del gruppo come nostre norme personali. Dopo nostra madre, facciamo riferimento sociale ai nostri pari, la nostra classe sociale, alla società. Ci conformiamo. Mentre altri animali possono legarsi tra loro attraverso la presenza e il contatto fisici, noi impariamo a utilizzare ogni tipo di rituale, idea, memoria per rimanere in contatto. Come afferma Myron Hofer: «Quando le interazioni regolatorie si ripetono in associazione con lo stesso modello di indizi olfattivi, uditivi e visivi materni, le due cose vengono fuse nella memoria, in modo che gli indizi che denotano la madre richiamano quelle aspettative. […] Con l'esperienza e la maturità tali aspettative diventano speranze e ricordi, producendo infine la formazione dell'insieme complesso di inclinazioni, risposte acquisite e stati interni designati come attaccamento». In questo risiedono i processi che sono responsabili della nostra formazione nel passaggio dall'infanzia all'età adulta, processi tanto importanti quanto poco studiati.


Sociabilità non immediata: il branco interiore

Fin qui abbiamo considerato soltanto le emozioni della nostra sociabilità legate al contatto con altri, ma ad esse è sottesa anche un'altra dimensione. Come abbiamo accennato alla fine del capitolo precedente, esistono due tipi di sociabilità: quella immediata e quella non immediata.
[…]
Gli esseri umani vivono in gruppi sociali e hanno relazioni che non sono immediate. Il nostro cervello, dunque, deve ricreare internamente ciò che non è più fisicamente accanto a noi. Questo stato di cose offre una seconda dimensione alla nostra sociabilità: anche quando siamo da soli, stiamo con gli altri con la nostra mente e nelle nostre emozioni. Questa dimensione nascosta fa talmente parte di noi che non ci accorgiamo neanche della sua presenza, ma la possiamo percepire se riusciamo a guardarci dall'esterno. Prova a immaginare di trovarti su Marte. Da lassù, quali aspetti della nostra specie potrebbero sembrarti strani? Forse, il fatto che solo pochi di noi si sentono totalmente isolati. Anche se rimaniamo fisicamente soli, siamo infatti in compagnia di tutta una serie di pensieri che presuppongono l'esistenza degli altri.
Il fatto che interiorizziamo le emozioni non è sempre ovvio. L'orgoglio, per esempio, di primo acchito non sembra legarci agli altri. Eppure è un sentimento che non potrebbe esistere se non ci preoccupassimo di come gli altri ci giudicano. Il nostro livello di autostima è un indice con cui valutiamo se gli altri vorrebbero averci nel loro gruppo. Sapere che gli altri ci cercano lusinga la nostra autostima; sapere che ci evitano la mortifica. L'autostima dunque è una sorta di "sociometro" capace di farci stare bene o male a seconda che un gruppo ci accolga o meno al suo interno. Lo stesso vale per il senso di imbarazzo, di vergogna, di colpa. Proviamo questi sentimenti quando siamo soli ma le preoccupazioni che li sottendono sono sociali. Nel nostro mondo sociale, dunque, sono cose importanti. Molto importanti. Il nostro orgoglio caparbio, le nostre umiliazioni private, le colpe rivoltanti, le sciocche vanità, i rancori, i risentimenti rispondono tutti a un fine evolutivo.
Un alieno rimarrebbe senza dubbio molto stupito nel vedere che passiamo una parte così grande dell'esistenza a curare il nostro abbigliamento e l'aspetto esteriore: ciò appare particolarmente bizzarro se consideriamo che le uniche persone al mondo che normalmente non possono vedere il nostro aspetto siamo proprio noi stessi. Tuttavia, l'insicurezza non è poca cosa. Intere catene industriali (moda, cosmesi, prodotti per la cura e l'igiene personale) non esisterebbero se essa non esistesse. Un alieno si stupirebbe anche del fatto che, mentre noi affermiamo di esprimere in tal modo la nostra "individualità", non sembriamo affatto diversi da tutti gli altri, soprattutto da quelli al di fuori del nostro gruppo sociale più stretto.
Eppure c'è qualcosa di strano in queste emozioni: ci rendono sensibili a persone e gruppi sociali che non esistono se non dentro di noi; spesso ci sentiamo feriti nell'orgoglio, nella dignità o nell'autostima, anche se in realtà nessuno al di fuori di noi stessi si accorge di nulla. E questa sensazione legata al giudizio di un pubblico immaginario diventa talvolta così forte che, paradossalmente, non riusciamo nemmeno a parlarne con altre persone, con un pubblico reale! E potremmo anche provare questo genere di sensazioni relativamente a persone scomparse. Molti provano un senso di orgoglio, colpa, rimorso o vergogna nei confronti di ciò che un genitore o un amico scomparso provava per loro. Secondo noi, questi sentimenti sono una dimostrazione di quello che potremmo chiamare «il branco nelle nostre menti», il nostro mondo sociale interiorizzato. In questo mondo, noi uomini sperimentiamo una sociabilità non direttamente legata ai sensi, una sociabilità che ci portiamo dentro. Nel nostro cervello si formano le immagini di persone fisicamente assenti.

[…]

La sociabilità interiore può diventare una trappola? Il senso di orgoglio e di autostima ci lega alle opinioni e ai giudizi altrui. Il bisogno di essere giudicati positivamente può indurci a fare soltanto ciò che può farci apprezzare. Più che preoccupati, sembriamo essere dominati dalla nostra apparenza. Siamo sociali anche in assenza di una società: desideriamo essere accettati e soffriamo se non ci riusciamo. In aggiunta ci sono le regole e i sentimenti sociali condivisi: la moralità e la comune cortesia che nascono dall'empatia con gli altri. Esse dovrebbero limitarci e, normalmente, lo fanno. Quando parliamo di libertà, raramente intendiamo la libertà di non fermarci se vediamo qualcuno che ha appena avuto un incidente e ha bisogno della nostra assistenza oppure la libertà di uccidere. In realtà, i limiti alla nostra libertà d'azione non ci preoccupano, anzi li cerchiamo. Tuttavia il branco nella nostra mente potrebbe limitarci in altri modi meno desiderabili, che toccano le questioni sollevate in questo capitolo riguardo alla deferenza sociale e alla tendenza a evitare di dare “spettacolo”.

martedì 12 giugno 2018

di che pasta siamo fatti

Il mio contribuito a questo post sarà minimo. Sull’onda lunga dell’(in)citamento (vedi post precedente se proprio ci tieni) ho deciso di postare un’unica citazione (col magico copia-incolla) che racchiude in sé la stesura di una mappa riguardante il comportamento di noi esseri umani. La citazione tocca diversi “tasti neri”, tra  cui spiccano il nostro concetto di libertà (libero arbitrio, possibilità di scegliere) e di obbedienza (o deferenza, sottomissione). Gli ingredienti giusti ci sono.
Gli autori sono John R. Skoyles e Dorion Sagan, figlio del grande astronomo Carl Sagan, lo stesso che si è infaticabilmente adoprato per la ricerca di vita intelligente extraterrestre. Il contenuto della citazione potrebbe rappresentare uno shock/trauma per chiunque lo legga. Parla tra l'altro di un esperimento condotto agli inizi degli anni Sessanta e che turbò molto non solo l’opinione pubblica ma gli stessi ricercatori. In sostanza scosse tutti coloro che ne vennero (e ne vengono) a conoscenza.
Ho preferito optare per un copia-incolla poiché non avrei potuto descrivere meglio di quanto hanno fatto i due autori summenzionati la patata bollente che abbiamo per le mani. L’esperimento (non più replicabile perché non più consentito) mette in luce zone d’ombra del nostro essere “animali umani”, della peggior specie si potrebbe dire, dopo aver letto di cosa si tratta. Nel prossimo post, se non cambio idea o rimbecillisco nel frattempo, proverò a trarre alcune considerazioni in merito al contenuto della citazione. Vi assicuro che vale la pena leggere ciò che hanno da dire i due autori, quanto mai capaci nello stendere la mappa del racconto che segue a breve. Dopo averlo più volte masticato e rimasticato e infine digerito… possiamo parlarne a menta fredda-lucida sempre che non restiamo vittime del trauma causato dalla sua lettura. Forse alcuni di voi ne sanno già qualcosa ma vale comunque la pena ri-leggerlo, ri-tornare a ri-fletterci sopra. Buona lettura… si fa per dire, in questo caso specifico.



Dal capitolo 8: Il branco nella mente, in Il drago nello specchio. L'evoluzione dell'intelligenza umana dal Bing Bang al Terzo Millennio, di J.R. Skoyles e Dorion Sagan, (2002)

Diversamente dagli altri animali, gli uomini hanno il dono del libero arbitrio, o almeno così sostiene qualcuno. Molte religioni affermano che all'Uomo, creatura di Dio, è stata donata la capacità di scegliere. Anche se non siamo religiosi, possiamo scorgere il libero arbitrio nelle nostre vite e tra le nostre emozioni (se non esistesse, allora la nostra sarebbe mera illusione, fenomeno ancor più strano!). Forse non siamo sempre creature razionali (possiamo essere stupidi, ignoranti, egoisti o persino spietati) ma pensiamo di essere padroni delle nostre azioni e credenze. Ci piace imparare o sbagliare a modo nostro. Sopra ogni altra cosa, desideriamo fare ciò che vogliamo noi, non quanto gli altri vorrebbero che noi facessimo. Del resto, abbiamo tutti un cervello dotato di una grande corteccia prefrontale, che è in grado di organizzarsi secondo degli stimoli interni.
Ma è questo che ci rende degli esseri liberi? Qualcuno ha dubitato che lo siamo davvero. «Un uomo libero? Non esiste nulla di simile! Tutti gli uomini sono schiavi; alcuni del denaro, altri del caso, altri ancora sono costretti, dalla pressione della massa o della legge, ad agire contro la loro stessa natura». Queste amare parole del tragico greco Euripide sono forse vere?
Quando parliamo di libertà, dobbiamo innanzitutto distinguere tra libertà fisica e libertà psicologica. In buona sostanza si può dire che la prima ci viene dalla natura delle nostre società e dalla tecnologia, la seconda dalle nostre menti. Quando non abbiamo soldi o qualcuno ci punta un coltello alla gola o la tecnologia non è abbastanza avanzata o la legge ci vieta di fare qualcosa, allora ci manca la libertà fisica. Accade sempre più spesso, tuttavia, che i soldi non manchino, che nessuno ci stia minacciando, che la tecnologia ci consenta di fare ciò che vogliamo, che la legge assecondi le nostre pulsioni, ma che non riusciamo comunque ad agire. La nostra libertà rimane come bloccata alla fonte, ossia nella nostra mente.
Il problema sta nella deferenza sociale. La sociabilità prende il sopravvento sui nostri stimoli interni. Ci pieghiamo alla volontà dei superiori o del gruppo, anche quando avremmo in realtà il diritto di imporci. Talvolta si creano delle pressioni o delle situazioni sociali tali per cui rimaniamo come intrappolati, abbiamo difficoltà a dire di no o a prendere posizione. Quante volte ci succede di andare al ristorante e mangiare o essere serviti male e di rimanere in silenzio, senza lamentarci anche quando ci viene chiesto: «Andava tutto bene?». Qualcuno di noi è più abile a protestare, ma tutti ci inchiniamo, in un modo o nell'altro, alla “buona educazione”. E anche se riusciamo a organizzare il nostro comportamento grazie agli stimoli interni, questi stessi stimoli possono essere governati dall'esterno. Benché non ci piaccia affatto ammetterlo, talvolta diventiamo delle marionette, succubi delle pretese e delle aspettative degli altri.
Questa deferenza può essere sorprendentemente forte. Pensiamo alla nostra capacità di ignorare le richieste di un estraneo. In questo caso, le cose sono facili: se qualcuno con cortesia ci chiede di fare qualcosa che però noi non vogliamo fare, non abbiamo grossi problemi ad alzare prima le spalle e poi i tacchi. Ma questo caso non dà una misura attendibile della nostra libertà. Immagina invece di leggere un annuncio in cui si cercano persone disposte a partecipare a un breve esperimento, offrendo una piccola ricompensa. Rispondi all'annuncio e quando ti rechi all'appuntamento un ricercatore in camice bianco ti spiega che prenderai parte a una ricerca sull'apprendimento; dovrai lavorare assieme a un compagno, reclutato con lo stesso annuncio. Dopo un sorteggio, a te viene assegnato il ruolo di “insegnante” e all'altro volontario quello di “apprendista”. L'apprendista viene condotto in un'altra stanza, dove gli vengono applicati degli elettrodi sul corpo. Il tuo compito è quello di somministrargli una scarica elettrica ogni volta che commette un errore nell’apprendere un compito. Il ricercatore in camice bianco ti chiede di aumentare l'intensità delle scariche a ogni nuovo errore. Quali sono le probabilità che tu decida di obbedire al ricercatore e inizi a infliggere scosse sempre più forti, così forti da torturare e uccidere il tuo compagno?
Un giovane ricercatore di Yale chiese a psichiatri e psicologi se ritenevano plausibile che la gente potesse accettare di fare una cosa simile. La risposta fu unanime: gli esperti della natura umana dissero in coro che no, non lo ritenevano affatto plausibile. Agli inizi degli anni Sessanta, in uno degli esperimenti più famosi (o infausti) della storia della psicologia, Stanley Milgram provò che invece sì, la gente accetterebbe. Naturalmente i soggetti esaminati da Milgram non utilizzavano scariche elettriche vere, ma un sistema ingegnoso di simulazioni lasciava loro credere che tutto fosse reale. Non c'è il minimo dubbio che essi fossero convinti di somministrare davvero delle scosse. La maggior parte dei volontari non godeva nel fare del male a un'altra persona, anzi. Erano combattuti tra il desiderio di interrompere subito l'esperimento e l'ordine che veniva dato loro di proseguire. Nel profondo sentivano che ciò che stavano facendo era sbagliato e continuavano a chiedersi se fosse davvero il caso di andare avanti. Di fronte all'insistenza del ricercatore, però, obbedivano. Nessuno li costringeva a proseguire, l'uomo in camice bianco si limitava a dir loro di continuare a somministrare scariche sempre più forti: «È fondamentale che lei continui» diceva e: «Non ha altra scelta, deve andare avanti». Non c'era nulla che impedisse a quelle persone di dirgli dove avrebbe potuto mettersi la sua macchina del ***** e di mollare lì ogni cosa: la stanza in cui si trovavano non era chiusa a chiave. A loro veniva soltanto chiesto di rimanere e di infliggere scosse mortali. Ciò che li teneva imprigionati e li “costringeva” a proseguire non erano catene ma parole. E qualcosa nella loro mente.
I risultati dell'esperimento di Milgram sono stati a lungo un cause célèbre. Dopo tutto, dimostrare che un americano medio potrebbe anche uccidere se glielo ordinassero non è una scoperta da poco. È un colpo che va dritto al cuore delle nostre convinzioni più profonde sulla vita degli esseri umani all'interno di una società libera. Ci piace credere che siamo in grado di utilizzare la libertà di cui godiamo per ciò che è giusto, non per ciò che sappiamo essere sbagliato. Ma ecco che arriva un giovane scienziato e ci fa vedere che chiunque di noi può essere facilmente ingannato, indotto a rinunciare al libero arbitrio e a uccidere un altro essere umano con delle scariche elettriche.
L'esperimento di Milgram è uno specchio nel quale possiamo vedere riflessa la nostra storia e noi stessi. Prima, quando le persone vedevano gli orrori dei campi di sterminio nazisti, potevano almeno dirsi che loro non avrebbero mai potuto fare una cosa simile: «No, io no, mai». Milgram ha distrutto quella consolazione. Ha dimostrato che persone normali, gente come noi, possono rinunciare alla responsabilità delle proprie azioni e, per quanto angustiate dalla cosa, obbedire ad un ordine di uccidere. Da allora non possiamo più raccontarci di essere granché diversi. In qualche modo il nostro libero arbitrio può scomparire, e con esso anche la capacità di fare ciò che sappiamo essere giusto. Non è certo una scoperta piacevole.
E non è nemmeno bello scoprire che gli animali invece possono comportarsi decisamente meglio. Scimmie addestrate a tirare una corda per ricevere del cibo come ricompensa smettono di farlo quando si accorgono che la loro azione causa un dolore di natura visiva o uditiva a una scimmia posta in una gabbia vicina! Alcune si rifiutano di tirare la corda anche se questo le costringe a un digiuno di alcuni giorni. Molti teologi negano che gli animali possiedono un'anima, ma se davvero ne sono privi, allora forse essa è soltanto un'appendice diabolica che hanno la fortuna di non avere. Siamo di fronte a un'amara scoperta su noi stessi, a una “bestialità” propria soltanto dell'animale uomo.

venerdì 1 giugno 2018

incitamento

Se fossi sul serio convinto che la vita sia essenzialmente un “grande problema da risolvere”,  probabilmente avrei dato retta all’aut aut filosofico di Camus nel suo Il mito di Sisifo e avrei risposto, una volta per tutte, che la vita non vale allora la pena d'essere vissuta se davvero è così intrinsecamente problematica. Il problema siamo noi in quanto specie, non la Natura in sé, la stessa da cui sono scaturite tutte le forme di vita prima ancora che noi umani venissimo in essere. Siamo una specie decisamente giovane se rapportata ai tempi evolutivi degli altri organismi. Abbiamo ancora tanto da imparare e di assurdità, alcune atroci, ne abbiamo fatte abbastanza, fin troppo. Se il problema siamo noi, allora, in un certo senso, non c'è problema. O ci togliamo di mezzo, oppure cambiamo direzione, ossia smettiamo di andare dove stavamo andando finora: da nessuna parte tranne il baratro. Invece di continuare ad andare verso Nord, il precipizio, andiamo, ad esempio, verso Sud, il mare aperto dove poterci rispecchiare l'un l'altro sull'onda caleidoscopica mentre surfiamo (licenza poetica, a costo zero). In un certo ben preciso senso, dobbiamo alterare/cambiare/modificare il nostro cervello. Dobbiamo rigenerarlo, o più correttamente, fare in modo che si auto-rigeneri. Se ciò non accade la vedo dura, molto dura, della serie Cassandra e i suoi amici.

L’incitamento, titolo di questo post, è una di quelle parole a cui estendo il significato. Il suo senso non è quindi (solo) quello strettamente riportato sul vocabolario, né significa pungolare (godendoci) il mento di qualcuno, né tantomeno si riferisce a qualcosa che si è posato sul mento di Cita, la scimmia di Tarzan. In realtà, sebbene nessuno lo sappia ancora, l’(in)citamento indica, oltre il suo senso solito, un modo di scrittura in cui si utilizzano, nel propio discorso, citazioni intercalate. Volendo, ma non è obbligatorio, è possibile commentare la singola citazione con parole proprie connesse sia ad essa sia all’argomento in corso di sviluppo-espressione. È quanto ho fatto, in modo sbrigativo poco accurato,  in cima al post (in)citando Camus.

Corre voce, tra le strade, stradine, stradoni, autostrade e superstrade del mondo, che la normalità dev’essere, o dovrebbe essere, un requisito auspicabile e accettato da tutti. Un ideale del genere è, senza peli nelle orecchie, terribile, sarebbe un vero incubo se dovesse, dio ce ne scampoli, avverarsi. Ve lo immaginate un mondo non solo senza matti, svitati, pazzi, borderline, fuori dai coppi, fuori dalle regole, paranoici, schizzati, drop-out e compagnia varia e colorata, ma anche senza geni, creativi, guizzi d’ingegno, intuitivi, dotti sofisticati, metanoici, al di là delle regole, oltre le regole? Questi ultimi sono anch’essi dèi “non-normali”. Sarebbe o no un vero incubo? Vediamo cosa dice sulla normalità il signor P. Rieff nel suo Freud moralista (1968):

L’ideale psicologico della normalità si rivela scarsamente eroico: proviamo a immaginare un’intera società dominata da ideali psicoterapeutici. Considerata non dal punto di vista individuale ma da quello sociologico, la psicoanalisi è espressione di una tirannia popolare quale neppure De Tocqueville sarebbe riuscito a concepire. (…) Nella emergente democrazia di ammalati, ognuno può in una certa misura curare gli altri mentre a nessuno è permesso di guarire o di essere guarito in modo definitivo. L’ospedale va sostituendo la chiesa e il parlamento come istituzione archetipica della cultura occidentale.

Ma guarda un po’ tè, non caffè. Nel post precedente sull’autoGossip avevo ventilato, ironicamente, la possibilità di buttare la psicologia alle ortiche... mi sento come un profeta a posteriori, dopo che l’evento pronosticato è già accaduto. Scorretto ma facile da realizzare, no?

Altra voce che serpeggia biforcuta-mente di questi tempi veloci e caotici, sostiene che l’incrocio tra piante, antica pratica umana, sia la stessa cosa che incrociarle geneticamente, attraverso qualche processo di manipolazione del Dna. Questa tesi, sposata da una sola fetta del mondo scientifico, è una mezza idiozia. Come si fa a sostenere che il vecchio modo d’incrociare le piante è equivalente al manipolarne il Dna quando quest’ultima tecnica opera a livello molecolare mentre la prima no? Quando una è praticamente interamente sviluppata in un laboratorio asettico mentre l’altra avviene per innesto, alla luce del sole, a contatto con l’aria, a tiro d’erba, di altre piante lì vicine, a contatto con animali, insetti, ecc., ecc.? Vi sembra la stessa cosa? La manipolazione del Dna per l’uso in agricoltura ha scatenato un vivacissimo e perfino feroce dibattito tra i sostenitori di questa tecnica e chi invece non la vede di buon occhio. Da entrambe le parti si sono avute reazioni eccessive, per niente utili ad un serio e proficuo dialogo inter-partes, non più soltanto juve-parties. Regna la confusione in materia, scarseggia l’adeguata informazione super-partes e si tratta il tema spesso con superficialità o presa di posizione a priori. Molti sventolano la propria bandiera senza curarsi nemmeno di sapere cosa di preciso stanno combattendo e per quale motivo. Vediamo cosa ne ha da dire R. Lewontin nel suo Il sogno del genoma umano e altre illusioni della scienza (2000):

Nell'analisi dei rischi degli OGM, l’NCR (National Researche Council) segue un principio generale stabilito in precedenti relazioni dell'Academy, un principio che considera fondamentale: ciò che conta è il prodotto e non il processo. Per l'NRC, è irrilevante che una varietà sia stata prodotta mediante manipolazioni genetiche tradizionali oppure grazie a un trasferimento transgenico di DNA. Quel che conta è se la nuova proprietà dell'organismo risultante è dannosa per la salute o per l'ambiente.
Gli autori dell'NRC mettono in rilievo, in modo del tutto appropriato, che i metodi tradizionali di allevamento e coltivazione, compresi gli incroci sessuali tra specie che in natura ordinariamente non si incrociano, possono produrre varietà dotate di una tossicità più elevata per gli essere umani o per altre specie, o di insolite capacità di invasione, o di una maggiore resistenza agli infestanti che accelererebbe l'evoluzione di specie infestanti più efficaci.
[…] Per la verità, finora gli unici esempi di effetti negativi causati da varietà agricole a qualche specie animale o vegetale in natura, compresi gli effetti sulla salute umana, sono costituiti da organismi generati in modo tradizionale, da specie invadenti introdotte da aree geografiche lontane, o da cibi quali le arachidi o il latte ai quali alcune persone presentano una naturale allergia.
Quindi, se i prodotti ordinari della pratica agricola forniscono già numerosi esempi di effetti negativi, perché l'enorme apprensione da parte del pubblico e del mondo politico si rivolge in particolare alle piante geneticamente manipolate? Nessuno degli autori delle relazioni e dei libri pare aver notato che se davvero contasse soltanto il prodotto e non il processo, non sarebbe cambiato nulla. Lo stesso rapporto dell'NRC fornisce un protocollo per la protezione dei consumatori da nuove tossine e allergeni (sostanze che causano allergie) alimentari che si applica indipendentemente dal metodo genetico usato nello sviluppo della varietà e che fa uso del sistema federale esistente per l'approvazione di nuove varietà vegetali.
[…] Il problema reale rivelato dal rapporto dell'NRC è che i dati su cui si basa attualmente la «valutazione della sicurezza» non sono prodotti dagli stessi enti federali, ma vengono forniti proprio dalle parti che domandano l'approvazione per iniziare a distribuire la nuova varietà. Pare che nessuno abbia notato, inoltre, che vi è, di fatto, un aspetto del processo dell'ingegneria genetica che rende insolitamente elevate le probabilità che esso generi risultati imprevedibili.
Si è rivolta tutta l'attenzione all'effetto fisiologico del gene che si inserisce nel ricevente, senza badare minimamente all'effetto che deriva dal punto preciso dell'inserimento nel genoma dell'organismo ricevente.  […] Quando il DNA viene inserito nel genoma di un organismo ricevente con i metodi dell'ingegneria genetica, può finire in qualsiasi parte del DNA ricevente, anche nel mezzo dell'elemento regolatore di qualche altro gene. Il risultato sarà un gene la cui lettura non è più sotto il controllo normale.
[…] Quindi il processo stesso dell'ingegneria genetica ha una capacità unica di produrre effetti deleteri e, contrariamente alle raccomandazioni del rapporto dell'NRC, questo giustifica l'opinione che tutte le varietà prodotte con DNA ricombinante debbano essere esaminate con particolare attenzione e controllato per quanto riguarda questi effetti. Come procedere esattamente, in considerazione della natura sconosciuta del pericolo, è tutt'altro che chiaro. Anche un ampio controllo su una gran varietà di animali non fornisce alcuna garanzia di sicurezza poiché esistono sostanze vegetali che sono tossiche per alcune specie e non per altre.
[…] Quel che deve preoccupare, in realtà, non è la fuga di un'infezione virulenta, ma il fatto che una pioggia costante di milioni di granuli di polline prodotti da centinaia di ettari di coltivazioni transgeniche produrrà continuamente ibridi con specie infestanti che vivono ai margini dei campi coltivati e finirà per dare origine a una nuova forma infestante che sarà quanto mai invadente o competitiva.
[…] Non si possono trarre conclusioni inequivocabili riguardo all'effetto complessivo delle tecnologie dell'ingegneria genetica. È chiaro che da una qualsiasi manipolazione di un organismo, che si realizza mediante strumenti tradizionali o con l'ingegneria genetica, può derivare qualche pericolo per la salute umana, per gli attuali sistemi di produzione agricola e per gli ambienti naturali. Tutti questi effetti potenziali hanno portato a un sistema di regolamenti statali piuttosto efficiente il cui difetto principale è il fatto che dipende da dati che vengono forniti dalle parti che hanno come preoccupazione primaria non il bene pubblico, ma l'interesse privato.
[…] Tutto sommato, è impossibile dire se abbiamo raggiunto un controllo maggiore o minore sulle conseguenze non volute della nostra manomissione della natura.

Non ho altro da aggiungere, chi vuol capire ha capito bene.


Di salto in banco fino in banca senza andare in bianco, passiamo a qualcosa di relativamente più morbido e molto vicino, prossimo direi. Partiamo dalle calamite (persone miti a cui si è alzata finalmente la cresta?) che ognuno sa cosa sono e probabilmente ci ha anche giocato. Le calamite, dette anche magneti, attraggono o respingono, c’è un polo sud e uno nord senza freddo, vige solo il campo magnetico e quello elettrico, "due in uno", essendo strettamente correlati. Anche riguardo le nostre relazioni, si sente spesso dire che gli opposti si attraggono mentre gli uguali (di segno, positivo o negativo) si respingono, proprio come fanno le calamite. Ammesso, ma per nulla concesso, di poterci equiparare metaforicamente alle calamite, che ne sarebbe dei nostri vari rapporti — con amate/i, amiche/i, parenti, conoscenti vicini o lontani?
Innanzitutto è necessario trasporre nei termini delle relazioni umani le due proposizioni valide per le calamite: “segni opposti si attraggono” e “segni uguali si respingono”. Propongo di vederla così: due persone (di segno opposto) si attraggono poiché si "completano a vicenda"  — senza con questo sottintendere che le mancano dei pezzi prese singolarmente, mentre due persone (di segno uguale) si respingono perché hanno quasi tutto in comune e non saprebbero cosa spremere l'una dall'altra. In altre parole, gli "opposti" hanno (o avrebbero) molto da dirsi mentre gli "uguali" hanno poco o nulla da mettere in gioco, qualcosa su cui interagire partendo da punti di vista differenti. Nel primo caso l'«orizzonte del possibile» è ampio e vasto mentre nel secondo è limitato e ristretto, tendente alla claustrofobia. Ci resta da trasporre i due campi correlati — elettrico e magnetico — delle calamite in termini umanoidi. Potremmo far equivalere il campo magnetico all'aspetto fisico della persona (alta/bassa, magra/ciunta, bionda/bruna/mora/castana ecc.) e il campo elettrico all'aspetto mentale/spirituale.

Data la suddetta rappresentazione del mondo calamitoso in uno umanoide, il seguito di questa improbabile — eppur resa possibile — metafora, potrebbe essere il seguente.

Con gli amati di segno opposto in entrambi i campi il rapporto, molto probabilmente, risuonerebbe allo squillo delle trombe. Che sia in cucina, in bagno, dentro l'armadio, chiusi nell'ascensore appositamente bloccato, nei prati, in auto, in riva al mare o qualsiasi altro luogo/occasione venga in mente, la musica sarebbe scandita dal rin-tocco della tromba. Essendo presente anche l'attrazione mentale, la relazione potrebbe giunger a vette eccelse per poi scendere, ovviamente, se si vuole di nuovo risalire. Viceversa, con amati di segno uguale il rapporto sarebbe, detta supinamente, la tomba dell'amore. O ci si sopporterebbe a vicenda non vedendo l'ora che l'altro ci lasci in pace il prima possibile (intesa fisica ma non mentale) oppure la relazione non sarebbe né carne né pesce, di una calma piatta, senza sobbalzi, scossoni, crisi, un che di nuovo (nessun magnetismo, sfasamento del voltaggio elettrico/cerebrale). Pur vivendo sotto lo stesso tetto è come se vivessero in due case separate. Non per niente si predispongono stanze separate per tappare alla meno peggio le falle del rapporto.

Con parenti o conoscenti i problemi di un cero tipo diminuiscono drasticamente. Non essendoci di mezzo (in via teorica) il rapporto fisico-magnetico — il congiungersi biblico mantenuto stando in bilico — le potenziali tensioni dovute al sistema chimico-ormonale non hanno ragione d'essere, d'esserci. Sarebbe all'opera il solo campo elettrico, l'in-tesa psichica nelle sue innumerevoli sfaccettature se i due piccioncini sono di segno opposto oppure la con-tesa per stabilire chi dei due hai più ragione dell'altro (una fesseria bella e buona) se di segno uguale. Nel caso invece entrasse in gioco anche il campo magnetico, i due non sarebbero più solo parenti o conoscenti ma qualcosa di più. Cambierebbe la musica e torneremmo alle trombe con tutte le complicazioni dovute all'interferenza del campo magnetico su quello elettrico trasposti in campo sociale. Che si attraggano o si respingano a seconda del segno, il campo magnetico produrrebbe un disturbo su quello elettrico, il che non significa precludersi delle possibilità ma solo che il rapporto risulta più brigoso a causa delle norme sociali riguardanti il concetto di famiglia e compagnia bella.

Con gli amici la metafora calamita-umanoide assume risvolti ugualmente interessanti tanto quanto quelli che possono accadere tra amati. Nei rapporti in cui compaiono entrambi i campi, elettrico e magnetico, e i segni sono opposti (complementari), qui ragazzi, si fanno faville. Non solo c'è intesa psichica ma, grazie alla forte influenza del campo magnetico si verifica pure l'effetto trombAmici. Non si potrebbe chiedere di più alla vita, altro che lucano o lupesce. Lo chiamerei, aulicamente, il summum bonum. Anche in mancanza dell'effetto trombAmici dovuto al campo magnetico, la relazione avrebbe ottime ragioni per essere splendida, tra-sognante, tra-scendente, tra-saliente, tra-... ottimi amici. Se invece ci troviamo di fronte a due segni uguali le cose vanno alquanto diversamente, com'era prevedibile. In presenza di magnetismo le cose potrebbero andare perfino peggio del previsto. Non essendoci attrazione elettrica/mentale ma solo fisica, il verificarsi di brutte e sgradevoli situazioni potrebbe essere all'ordine del giorno. Senza nemmeno il campo magnetico, non si capisce come e perché i due continuino a frequentarsi e ritenersi amici. In soldini, senza dover far regate/traversate di nessun genere, due segni uguali, con o senza l'influsso del campo magnetico, sembrano non essere figli di dio, del quale si dice che "prima li fa e poi li accoppia". Responsabilità dell'ente supremo (ipotizzando la sua esistenza) o dei due soggetti in causa? La seconda che ho detto.

Tutta la metafora è frutto del mio campo elettromagnetico. Qualsiasi eventuale riferimento a persone o eventi reali è del tutto casuale ma potrebbe anche starci, why not?

La prima serie d’incitamento termina qui. Può essere, ma non posso garantirlo, che seguirà la seconda, la terza, ... stop.

martedì 29 maggio 2018

l’autoGossip

Cos’è l’autoGossip? È semplicemente lo sparlare di se stessi, non un’automobile in cui sparlare dei non-presenti in presenza di altri presenti.

Auto-celebrarsi, auto-incensarsi, auto-gasarsi (ammesso si rimanga vivi) è gioco facile. Auto-illudersi, invece, benché sia alla portata di tutti, non è altrettanto facile riconoscerne ogni forma che man mano può assumere. Tutti questi auto- cos’hanno a che fare con l’autoGossip? Be’, se devo sparlare di me stesso, tanto vale farlo in un certo modo: oltre all’auto-ironia, ci vuole anche una spietata auto-sincerità, che sollevi lembi di veste su parti del cervello mai toccate/intraviste da altri. Chi meglio del sottoscritto, la cavia di turno, può sapere cose su di me che gli altri, vicini o lontani, non sanno e non possono sapere? L’obiezione più comune a quest’ultima tesi, è che difficilmente potrei essere imparziale su me stesso dato che sono la parte in causa: giudice/giudicato osservatore/osservato sono la stessa persona. Embé? Posso essere d’accordo che potrei non essere imparziale — possibile ma non inevitabile — o che potrebbero sfuggirmi lati del mio essere che non voglio o riesco a vedere e che un estraneo (un non-me) potrebbe invece notare. Naturalmente, c’è anche il fattore inconscio, che, per definizione, è qualcosa di cui non è possibile rendersi conto, esserne cioè consci. Ma è davvero così? Forse che l’inconscio resta tale e quale per sempre? Se così fosse possiamo benissimo gettare alle ortiche tutta la psicologia... forse non sarebbe un’idea poi così cattiva, sebbene d’acchito possa sembrare strampalata, buttata lì tanto per fare una battuta. Lasciamo perdere, andiamo a caccia di qualcos’altro.

Tuttavia, auto-illuso o meno che io sia, ritengo di conoscermi meglio di chiunque altro, per la semplice ragione che sto con me stesso 24 ore su 24. Chi altri mi frequenta, o potrebbe frequentarmi, così assiduamente, full-time e full-immersion? Certo, da un certo punto di vista potrebbe significare poco e niente, ma ciò sarebbe vero solo e soltanto se non fossi auto-cosciente — dei miei pensieri, delle mie emozioni, dei miei gesti, movimenti, delle mie smorfie, dei miei sorrisi, delle mie lacrime, ecc. Ma così non è. È da almeno trent’anni e passa che mi alleno ad essere cosciente, non solo di ciò che mi circonda, ma anche delle mie reazioni-risposte all’ambiente in cui sono immerso, tanto quanto un pesce nell’acqua, una farfalla nell’aire, un uccello in cielo, un verme parassita in un organo di qualche ospite mammifero. Tutte forme di vita, differenti, alcune piacevoli altre no, sì, ma tuttavia organismi viventi tanto quanto lo siamo noi (un diverso bricolage, come dicono alcuni biologi molecolari di fama mondiale).

Torniamo a palla-piombo al nostro autoGossip, anche se finora non ho fatto che parlare d’altro, cioè di me-stesso. Che noia, che barba.

Come ho detto nel post precedente, ho sessant’anni e mi sento in forma, ma, ovviamente, potrebbe essere un’auto-illusione, bella finché si vuole ma pur sempre un'illusione. Morire da illuso non è che mi garba più di tanto. Diciamo che, per il momento, non mi sto illudendo.

Va da sé che il benessere di una persona dipende anche dalle condizioni sociali, da ciò che fa o non fa per vivere compreso ciò che pensa sul "giusto modo di vivere". In vita mia ho lavorato per oltre 30 anni, prima come operaio in fabbrica e poi come artigiano iscritto al CNA di Modena. La mia mansione è stata riparare, costruire, montare e fare manutenzione agli elevatori, ascensori e montacarichi. A detta degli altri colleghi e superiori ero abbastanza bravo, non una cima, ma una via di mezzo, un promontorio (per chi ha problemi d’ossigeno è l’ideale). Il lavoro mi piaceva ma non così tanto da volergli dedicare anima e corpo.
Da cinque-sei anni sono volutamente (stavo per dire felicemente) disoccupato. Me lo posso permettere, non perché sia ricco, ma perché mi accontento e la situazione familiare è tale che posso farlo. Io e mia moglie, lei sì che lavora ancora, non abbiamo figli, tranne due gatti che per certi versi fungono da figli, ma non è certo la stessa cosa che avere figli umani. Avendo messo qualcosa da parte durante il periodo lavorativo e con il fondamentale supporto economico (ma non solo, ovviamente) di mia moglie, me la passo discretamente. Nessun o pochi grattacapi dal lato economico/pratico, di sussistenza, spese vive.
Pur non lavorando, nel senso di percepire (anche) un introito, non è che mi sto a grattare la borsa da mane a sera. Tutt’altro. Anche se a scoppio ritardato, da due anni forse più, mi prendo cura della casa, faccio spesa, da mangiare e pulisco le lettiere dei gatti, cosa che comunque ho sempre fatto da quando teniamo mici in casa, da più di vent’anni. Il mio lavoro è quindi il casalingo. Nel tempo che mi resta, più che sufficiente, passeggiata quotidiana di qualche chilometro e poi inserisco libri, presi in biblioteca, nel tablet. L’idea è farmi una biblioteca portabile/tascabile che mi segua dovunque io vagabondi coll'aggeggio elettronico a tracolla: al parco, all’estero, sulla Luna, verso Alpha Centauri o, perché no, verso Rigel, apparentemente nella costellazione di Orione.
Il tablet ha una memoria interna di 128 Gb. Avete idea di quanti libri possono starci? ‘Na marea. I libri possono avere o no immagini, essere più o meno corposi in pagine ed avere un testo con caratteri di piccoli o grandi dimensioni (dipende da quanto uno è orbo; per leggere utilizzo occhiali gradazione 1,5 tranne quando la luce è d'intensità tale a farmeli riconoscere senza). Di suo, il solo testo occupa una porzione di memoria ben inferiore rispetto le immagini. Una stima mucho approssimativa, avendo un centinaio di libri di diversa taglia, alcuni con e altri senza immagini, a caratteri microscopici o cubitali, si aggira sugli 80 Mb. Ciò significa che in 128 Gb potrei inserire all’incirca, se non schiatto prima, la bellezza di 160.000 libri [(128.000/80)*100]. Fossero anche solo?!? 100.000, non riuscirei mai, finché respiro, ad esaurire la memoria del computer, né ho/sento una frenesia/compulsione del genere. Scelgo accuratamente i libri da prendere e non è detto che li inserisca tutti. Una parte di memoria è comunque riservata strettamente alle mie playlist musicali. Leggere, inserire, correggere, formattare testo corposo/polposo a suon di musica in sottofondo è un altro andare, ovunque io vada.
A che pro questo sbattimento simil-certosino? Sarebbe quasi come chiedermi perché vado in biblioteca: per prendere un libro che si presume poi leggerò. Non solo. I libri che ho inserito a voce dettandoli, in pratica li ho dovuti leggere due volte: la prima dettando e la seconda per correggere gli immancabili errori e per la fase di formattazione (stili, note, indici, ecc.). Tuttavia sono più i libri che ho letto una sola volta poiché li ho inseriti scattando foto alle pagine che ho poi dato in pasto ad un'app di riconoscimento dei caratteri fissandoli dritto negli occhi (OCR). Preferisco questo metodo, non sempre come ho detto, perché è più veloce e il tempo di prestito concesso dalla biblioteca dura circa un mese. La mia media d'inserzione, se sono costante, è di due-tre libri al mese, corretti, allineati e pronti all'uso.
Un’altra spiegazione potrebbe essere che, nel caso mi scordassi (sempre più probabile al passare del tempo?) di qualcosa che m’interessa particolarmente, posso sempre rintracciarlo in poco tempo facendo fare una ricerca al marchingegno elettronico. Poi potrebbe essere utile in tutti quei casi in cui è necessario fare una verifica testuale di ciò che ha davvero scritto Pinco-pallino a proposito di... senza contare che nessuno vieta di personalizzare i libri aggiungendovi immagini dove non ci sono, colorando il testo a seconda di qualche schema ideato da se stessi o preso a prestito oppure sfruttando le numerose (e poco utilizzate) opzioni che offrono oggi gli editor di testo, tipo, a caso, hyperlink interni al documento, il libro elettronico personal, visibile e leggibile proprio come quello cartaceo sebbene possa risultare più fastidioso per gli occhi.


Cosa leggo? Questo è un pezzo importante della storia, della mia vita da quando è iniziato il tempo dedicato alla lettura. Il grosso è riservato a saggistica e divulgazione scientifica. Di tanto in tanto qualche romanzo e un po’ meno raramente fantascienza. Non posso certo definirmi un topo da biblioteca, ma è indubbio che alcuni libri hanno cambiato o influito profondamente sul mio destino. Leggere, se davvero piace, è una gran cosa. Oltre all'essere partecipe dei pensieri di un perfetto sconosciuto — l’autore —  che potrebbe o meno far balenare nuovi orizzonti dinanzi i tuoi occhi, a furia di leggere ne beneficia anche l’apparato cognitivo nel suo complesso (la/e parte/i del cervello deputata/e per lo più a questo compito). Si riescono a formulare sempre meglio i propri stessi pensieri, sia grammaticalmente che sintatticamente. Mica cosa da poco visto l’ignoranza e pochezza della lingua che serpeggia oggi nella società, non solo tra i giovani (non tutti, ovviamente), ma anche tra chi dovrebbe dar prova del contrario vuoi per l'età o il ruolo ricoperto. Non mi si  fraintenda. Leggere è bello/figo/utile finché uno vuole ma non tutti possono o vogliono farlo. È forse il caso di considerarli più stupidi o inferiori perché non leggono? Sarebbe non solo azzardato ma anche (indi)gesto maleducato. Da giovane, un paio d'anni prima della soglia dei trenta, mi rifiutavo di leggere (a parte qualche sporadico libro di fantascienza). Lo consideravo alla stregua di una colta perdita di tempo. Forse non avevo tutti i torti visto come sta andando a finire... tanti libri come compagni di viaggio. Autogol. Oh yeah!