mercoledì 29 novembre 2017

L’iPensadòr

L’iPensadòr è una figura professionale. I soggetti adibiti a questo compito stanno chiusi in una stanza, ognuno per conto suo. Le singole stanze sono illuminate a giorno da ampie vetrate che danno su un giardino circolare al cui centro zampilla una fontana rococò tendenza art déco o viceversa secondo i propri gusti e/o pregiudizi.

L’unico requisito richiesto ai partecipanti di questo progetto internazionale no-profit, messo a punto da un’equipe di scienziati provenienti da differenti discipline di studio e ricerca, è pensare ad ALTA VOCE, di modo che ogni fase del loro processo mentale (da qui il nome iPensadòr) possa essere ascoltato-registrato dagli studiosi situati al Centro Osservazione e Valutazione Qualitativa-Quantitativa.

L’obiettivo dell’esperimento è palese: comprendere il più pienamente possibile il modo in cui funzionano i processi cerebrali. I risultati di questa ricerca-studio saranno in seguito applicati agli automi dell’intelligenza artificiale.

In una di queste sessioni sperimentali i ricercatori captarono il seguente soliloquio, etichettato “boomerang” proveniente dalla stanza n. 23.

«L’azione individuale sul mondo ha l’effetto di un boomerang. Prima o poi torna indietro, se non a te, a qualche tuo vicino, prossimo o lontano. È simile alla legge di causa-effetto o anche azione-reazione. Se vivo sotto la cupa cappa dell’odio emano odio e mi torna indietro odio. D’altra parte, se sono intossicato d’amore lo sprizzo da tutti i pori ed è sempre amore che mi viene restituito, in un modo o in un altro. I semi e le uova, piccoli o grandi, dai colori diversi, sono sì ugualmente semi o uova, pur tuttavia danno luogo ad organismi del tutto differenti. Ad ogni tipo di seme od uovo corrisponde una determinata forma vivente e solo quella.
Inquinando l’ambiente, facendolo soffrire con le nostre scriteriate azioni, ciò che otteniamo è cibo inquinato e quindi malattie e sofferenza. Cos’altro si potrebbe dedurre se non che “tutto è collegato”? ossia è un boomerang!
Chi ha sognato un Paradiso non nell’aldilà ma qua sulla Terra, non ha avuto sufficiente forza per crearlo a causa di scarso personale. Siamo invece stati capaci di creare un Inferno a scapito di una montagna di nostri simili qua e là per il globo e per un tempo prolungato, fino ad oggi. Riusciremo mai ad invertire la rotta? Quanti di noi sono disposti, anche a rischio della propria vita, a lanciarsi come boomerang-arcobaleno vorticando ad ellissi sì da disperdere le dense e tetre nubi che avvolgono ora il Mondo di Mezzo? Che importanza ha se noi non riusciremo a vedere il cielo luminoso e sereno quando potranno vederlo i nostri figli o i loro figli grazie (anche) a come noi ci comportiamo adesso? Non solo è un’illusione pensare di poter cambiare il mondo dalla sera alla mattina, con una rivoluzione o altro colpo di mano, ma è anche estremamente pericoloso e alla fine poco o nulla sarebbe cambiato e potrebbe pure essere peggio come la storia già ci ha insegnato. Un insegnamento, quello storico, che a quanto pare non è penetrato in profondità se non per quelli che hanno vissuto direttamente gli effetti della guerra. È mai possibile che per capire quanto sia dannosa la guerra è necessario farla? Come faremo a dare ai nostri figli un insegnamento tale da mantenere una pace duratura, che non significa in alcun modo stagnazione o stasi? Avremmo invece risorse materiali ed energie per creare l’avvento del Paradiso in Terra, il luogo creativo in cui l’unico limite sono i propri limiti.»

Dietro suggerimento di alcuni ricercatori del gruppo dislocato al Centro Osservazione e Valutazione Qualitativa-Quantitativa, venne deciso di promuovere l’inserimento di automi in tutti quei campi-compiti in cui l’azione dell’uomo non è necessaria, a volte lo è soltanto la sua presenza e in alcuni casi è sufficiente un controllo remoto. Questo tipo di automi avrebbe dovuto essere versatile, programmabile a seconda della posizione e funzione del compito da svolgere. Molti campi dell’attività umana avrebbero potuto integrare questi automi, le cui caratteristiche principali, oltre all’efficienza operativa e all’affidabilità, sono trasparenza e imparzialità. Gli studiosi, ben conoscendosi, sapevano che una delle peggiori debolezze umane è l’essere settari. Ciò è in netta contraddizione con il dogma “tutto è collegato” che da allora, da quando fu lanciato come boomerang dalla stanza n. 23, essi avevano eletto a loro motto e stile di vita.


giovedì 16 novembre 2017

di palo in frasca

Da giovane, dopo aver frequentato alcuni corsi di programmazione al Centro di Calcolo Elettronico, una strana sera mi venne l’idea di creare un programma per computer che potesse analizzare un generico testo (escluso poesie e altri scritti non appropriati) e trovarvi ogni contraddizione, specie quelle più sottili e quindi meno evidenti. L’idea rimase e rimane tuttora un sogno nel cassetto e, credo, non solo per me, un comune programmatore dilettante e autodidatta.

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Una sera vado al locale cui sono avvezzo — tre o quattro volte l’anno — e vi trovo una coppia di conoscenti, persone che leggono, vanno a teatro, frequentano cinema e altri luoghi di cultura. Ci mettiamo a parlare e salta fuori che lui, cosa che mi ha stupito, crede alla predeterminazione. Voleva farmi intendere che tutto ciò che siamo, tutto ciò che viviamo, è già stato programmato o predeterminato da non si sa chi o cosa.
Il punto del discorso, per quanto mi riguarda, non verte su chi o cosa ha predeterminato (in via ipotetica) il nostro destino fin dall’inizio. Io metto in dubbio — anzi la ritengo un’idea piuttosto restrittiva — che tutto sia già stato prefissato fin dagli inizi dei tempi o del tempo al singolare che sia. Oltre a trovarla come una visione ristretta della vita nel suo complesso, la considero anche noiosa e per niente creativa. Se davvero esistesse la predeterminazione, l’entità che ha progettato questa immensa creazione, ha dovuto, povero lui/lei/esso/essa, calcolare fino all’ultimo atomo affinché tutto andasse secondo i suoi piani/desideri. Anche ammesso che ciò sia possibile... ma chi gliel’ha fatto fare? Tant’è che nella tradizione religiosa — cristiana, ebraica o altro non importa (quando un’idea-intuizione è buona perché preoccuparsi più di tanto da dove proviene?) —, c’è chi ha pensato bene d’inserire in questo mega-progetto-cosmico un pulsante con su scritto “Sorpresa!”... si dà il caso che l’Onnipotente, saggio e lungimirante com’è, non abbia avuto alcuna esitazione a premerlo! Ed eccoci qua, liberi di decidere, entro dovuti limiti, il nostro destino, vuoi per la Via stretta o per quella larga, verso un’altra prigione o lungo la strada costellata di libertà.

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Alcuni anni fa, per poco più di due anni ho vissuto sotto l’effetto avvolgente, solitario e vestito rigorosamente in grigio di ciò che comunemente si chiama depressione. Non ho la minima intenzione di parlarvi dei suoi risvolti melanconico-tristi e tantomeno delle sue pieghe psichiche tendenti, molte volte, al proposito del suicidio. Ciò che invece vorrei mettere in luce sono gli aspetti, per così dire, positivi o semplicemente sottovalutati della depressione. Non credo, tutto sommato, di essere un tipo particolarmente raro, per cui ritengo che tali effetti positivi possano essere capitati anche ad altri. In caso contrario, be’, allora posso ritenermi alquanto fortunato di essere così fuori dal comune (abito a Modena, per inciso, da circa 55 anni).
Ero e sono tuttora un fumatore, non di quelli incalliti, ma dò anch’io il mio contributo all’inquinamento polmonare. Sta di fatto che durante il biennio depressivo-deprimente ho smesso di fumare. Ciò era dovuto al fatto che, nella condizione avvilita in cui mi trovavo, non m’importava un fico secco del piacere, in qualunque sua forma. Tant’è che avevo smesso pure di bere caffè a cui ero molto aficionados e qualsiasi cosa potesse procurami gusto o piacere che dir si voglia.
Altra cosa che mi ha colpito durante il biennio grigio-bigio-grigio e che non rientrava nel mio solito comportamento, è stato che cercavo compagnia di altri quando normalmente sono un tipo che fa vita abbastanza ritirata insieme alla sua dolce metà. Sinceramente non so come interpretare, se positivamente o meno, questa deviazione dalla consuetudine durante il periodo da depresso. Sono forse troppo a-sociale ora e prima d’entrare nel tunnel de-presso e quindi dovrei dedicare più tempo alle relazioni sociali, oppure quando si è depressi per forza di cose si vedono le cose in modo distorto, dettato più che altro dalla paura?
In definitiva, l’essere stato depresso per due anni, a parte la sofferenza psichica e tutti i suoi strascichi tra cui l’onnipresente auto-commiserazione, è stato come fare una forma d’ascesi. Niente piacere, specie quello dato da abitudini nocive, appiattimento mentale a go-go, molto silenzio e quindi molta osservazione. Uscirne è stato un sollievo, tanto più che se ne esce più ravveduti e con spirito nuovo nell’affrontare il mondo che ci attende ad ogni risveglio mattutino.

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Da piccolo, entro i dieci-dodici anni, mi sono inventato un gioco. Non saprei come definirlo altrimenti. Si trattava di tenere a mente, nel tempo, alcune situazioni che più mi colpivano a livello prima emotivo e poi mentale. Ricordo che per vari anni ho mantenuto l’abitudine di rivangare quei momenti in certi altri momenti. Poi, crescendo crescendo ho del tutto dimenticato quali fossero quei momenti allora immortalati, tranne uno. Mi trovo su una panchina, in legno, di fronte all’ingresso di una delle più belle chiese di Modena. Sta piovendo a catinelle e il mio sguardo è fisso sui cappelletti formati dalla pioggia (quelle piccole cupole d’acqua che è possibile vedere al piovere con una certa insistenza, specie sulle pozzanghere). Dopo un po’ decido che quello è uno di quei momenti  da ricordare ad oltranza e difatti ancor oggi...

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Molto tempo fa, in gioventù, sapevo di non saper scrivere e né m’interessava. Leggevo poco o niente, insofferente a qualsiasi forma d’intellettualismo e, naturalmente, avevo scarsa capacità di esprimere ciò che sentivo dentro. Poi, dopo la prima delusione amorosa, mi sono messo a leggere, mai tanto, ma con una certa frequenza. Poi, passati vari anni, c’è stata l’esperienza quasi decennale in una mailing list, ed è lì ch’è nata la fregola di cimentarmi nello scrivere. Sono perfino arrivato a pensare, verso il periodo finale di questa esperienza via web, di essere finalmente giunto a un punto in cui potevo dire a me stesso di saper scrivere. Oggi come oggi, sono ben cosciente e forse anche un po’ contento di non saper scrivere. Dopo che per tanti anni ho letto varie cose e autori diversi, mi è chiaro che saper scrivere sul serio comporta certe qualità e una disciplina interiore che non fa a caso mio o non ne sono all’altezza. Lascio volentieri ad altri ben più dotati il mistero e la bellezza dell’inanellare insieme le parole. Mi limiterò, come ora, nel dare uno sguardo qua e là a ciò che succede in me e intorno a me.

giovedì 14 settembre 2017

femminile-maschile

Facciamo finta, per gioco, di vivere in un "mondo binario", in cui le scelte possibili siano sempre e solo due. Per certi aspetti già viviamo in un mondo del genere, basti pensare alle molteplici dualità più evidenti: giorno-notte, femmina-maschio, analogico-digitale, caos-ordine, ecc.

Di sicuro la dualità femmina-maschio è quella che ci riguarda tutti più da vicino, nessuno escluso. Ed è da qui che intraprenderemo il viaggio nel fantasioso "mondo binario", ovviamente senza per questo perdere il treno.

Il dato di fatto è che, ovunque si vada nel mondo, esiste ancora l'inveterata abitudine, ormai millenaria, da parte degli uomini e di alcune istituzioni da essi stessi create, di sottomettere le donne, ricorrendo spesso alla violenza e perfino alla loro uccisione. Un bel colpo di mano, mi verrebbe da dire, se non fosse per la tragicità e l'orrore che comporta quest'insano atteggiamento maschile. E sappiamo pure che per la maggior parte ciò avviene tra le mura domestiche. Possiamo senz'altro chiederci a questo punto: «Se non possiamo fidarci l'un l'altro nemmeno in famiglia (tra moglie-marito, padre-figlio/figlia, madre-figlia/figlio, fratello-sorella), in che modo mai potremo non solo appianare o risolvere i conflitti familiari ma anche quelli sociali che ne sono una diretta conseguenza?» Privato e pubblico sono strettamente intrecciati, l'uno influenza l'altro, ma è fuori discussione che le istituzioni sono una nostra creazione e se c'è da cambiarle o sostituirle del tutto chi potrà mai farlo se non noi stessi? È una questione fondamentale, imprescindibile, poiché da essa discende la qualità dei nostri rapporti, semplicemente umani, non disumani. Quale moralità può mai esserci nel mettere le mani addosso o violentare una bambina o bambino, la propria compagna o il proprio genitore, un anziano?

Mette i brividi anche il solo soffermarsi sull'incredibile sofferenza causata dall'uomo al suo simile (maggiormente all'altra metà dell'umanità, la donna) da cinquemila anni a tutt'oggi. Da allora, ogni anno almeno una guerra da qualche parte nel mondo, decapitazioni, crocifissioni, corpi arsi vivi, torture, abusi e omicidi a sfondo sessuale e altra interminabile violenza ed orrore. Se ci mettiamo anche la sofferenza, talvolta gratuita, da noi causata alle altre forme di vita e lo sfruttamento indiscriminato della natura, abbiamo il quadro più nero tinto di sangue che potremmo mai immaginare nel peggiore dei nostri incubi.

Siamo arrivati a creare istituzioni che consentono e difendono diritti di una metà, gli uomini, a scapito dell'altra metà, le donne. Le donne, in qualsiasi cultura si vada — escluso rare eccezioni — sono sempre, da lungo tempo ma non da sempre, relegate a ruoli inferiori, sottomesse, sfruttate, vendute, violentate. In breve, non godono degli stessi diritti/privilegi di cui invece ne fanno incetta gli uomini.
Data questa penosa situazione, locale e globale, è evidente che dobbiamo risvegliarci dal "rapimento del discernimento", cominciando innanzitutto da casa nostra, dal nostro rapporto con chi più ci è fisicamente vicino per poi sconfinare nel pubblico, nel sociale, il politico in altre parole. Affinché il risveglio della nostra coscienza abbia inizio, è necessario ricevere dritto in faccia il colpo, percepire coi nervi tutti (in)tesi l'immane sofferenza, non solo la nostra e dei nostri cari, che è stata e viene tuttora inflitta al genere umano e alla vita in generale. A parte sporadici periodi e piuttosto localizzati, abbiamo mantenuto in larga misura un atteggiamento predatorio, togliendo anziché dando. Qualsiasi forma di violenza che tolga la vita è l'esatto contrario del darla, come fa la femmina in gran parte degli organismi. Non ci sono vie di mezzo, si tratta, informatica-mente parlando, d'un affare del tutto binario.

Quel risveglio di cui parlavo... comporta anche lacrime, lacrime di dolore, dolore per la sofferenza fatta allora e che a tutt'oggi continua, dappertutto. Non c'è assolutamente nulla di degradante o svilente nel piangere, specie se ci riferiamo al maschio. Non è un comportamento da "femminuccia", come suol dire lo stereotipo macho di cui si fregia il genere maschile. È invece il comportamento di una persona sensibile, responsabile, che si cura degli altri oltre che di sé stesso.

E tuttavia, quelle stesse lacrime, se sincere al cento per cento, opereranno una sorta di miracolo, innescheranno un processo — diverso per ognuno sebbene possano esistere (ed esistono) tratti in comune, specie se ci riferiamo ad appartenenti alla stessa cultura —, che, giorno dopo giorno e poi un bel giorno sfocerà nella... ... ... ... ... ... ... ... ... sorpresa!!!


Un abbraccio, lettori, femmine o maschi che siate.


P.S. L'idea di questo post mi è giunta leggendo l'ottimo libro "Il piacere è sacro" di Riane Eisler. Ve lo caldeggio di tutto cuore-mente. 
Le opere artistiche sono di Monica Sjöö.

martedì 12 settembre 2017

il mio vocabolario 2

Ammortizzare = spegnere poco alla volta la propria vita; una forma lenta e cupa di suicidio premeditato (vedi voce).

Bislacco = il nonno di un generico nipote polacco.

Consesso = adunanza di persone ragguardevoli e caste.

Collezione = forma d'insegnamento all'aperto, tipicamente su di un colle.

Coraggio = operatore matematico applicato agli oggetti geometrici circolari e/o ellittici. È l'inverso della funzione che calcola il raggio.

Contestare = dichiarazione d'amore che si scambiano gli innamorati delle tribù indiane d'America.

Destabilizzare = esercizio di tecnica yoga volto a risvegliare la bile affinché possa affrontare il tran-tran della vita quotidiana.

Embriologia = 1. Una sotto-branca della fetologia (vedi voce). 2. Lo studio di una sotto-specie di lombrichi endemici della foresta Amazzonica.

Fesseria = il luogo di ritrovo riservato agli uomini con la patta aperta, che sia a bottoni o a cerniera non importa.

Fetologia = si occupa dello studio dei gas emessi dai mammiferi. Consiste in due sezioni: quella sonora e quella che si occupa dell'odore, nonché del grado di penetrazione nelle narici, il cui compito spetta al fetolier, un fac-simile del sommelier.

Frattale = 1. Garbuglio inestricabile di frittelle unte e appiccicose. 2. Termine informale scambiato tra monaci per denotare un loro confratello di cui non vogliono fare, o non ricordano, il nome.

Geppetto = una variante di reggiseno.

Ingrandimento = un mento di spropositata dimensione. Questa curiosità biologica ha dato i natali al poco noto film "Via col Mento", una parodia del famoso "Via col Vento".

Menarca = un rematore dell'antica Arca di Noè. 

Menestrello = sinonimo di menefrego.

Nazione = generica azione compiuta da napoletani.

Nientemeno = la forma di povertà più estrema. Letteralmente equivale a "meno di niente".

Opulento = il contrario di osporcanto.

Pollone = a primo acchito si direbbe un pollo di proporzioni gigantesche, mentre in realtà è il bisnonno di Apollo, figlio di Apelle etc., etc.

Polluzione = festa rave a cui si può partecipare vestiti obbligatoriamente come polli o tacchini farciti.

Precedente = supplicare il proprio dentista di estrarre il dente giusto.

Premeditato = imprimere con forza e insistenza le dita sul pomo d'Adamo per sperare di ritrovare Eva una volta giunti nell'aldilà.

Pusillanime = luogo di sosta temporaneo in cui si riuniscono le anime dei defunti prima d'intraprendere il lungo viaggio nell'Ade. È il corrispettivo terrestre di Posillipo.

Suffragare = disciplina atletica dei giochi olimpici dell'antica Atene riservata al solo genere maschile. Si trattava di stabilire chi più a lungo resisteva al dolore provocato dal martellarsi, prima gli alluci dei piedi poi i testicoli — alternando un colpo prima sugli uni poi sugli altri. Il vincitore, la cui soglia di sofferenza doveva necessariamente essere piuttosto alta, riceveva in premio un paio di sandali infradito e un copri-para-palle con lustrini a formare la scritta: "Tafazi forever young".

Utopia = luogo che esiste solo nella mente dei topi. Per l'umano che volesse visitarlo, o accedervi in qualche modo, sarebbe necessario rodersi il fegato per almeno un biennio su e giù per una ruota panoramica.

Zanzara = la santa protettrice di Zanzibar (vedi voce).

Zanzibar = luogo di ritrovo e divertimento sessuale per zanzare anofele.

domenica 20 agosto 2017

Isabella e SoLongTime

SoLongTime giunse sulla Terra una sera d'estate. Il computer di bordo della sua navicella spaziale, la Caravèla AllBlackHolé, aveva calcolato esattamente luogo data e orario dell'atterraggio. Poco prima di dare le istruzioni al computer per la discesa, SoLongTime si era avveduto, dopo aver espletato i suoi bisogni nella Camera Deiezione, di avere le chiappe troppo chiare rispetto al resto del corpo e questo fu sostanzialmente il motivo spingitore della sua non prevista visita sul nostro pianeta. Contigua a quella c'era la Camera Cibante ove rifocillarsi di sostanze nutritive. Non esisteva una cambusa o magazzino per le provviste: sarebbe stato un inutile peso oltre che un fastidioso ingombro di spazio. Un sofisticato processo chimico-elettronico trasformava-riciclava il prodotto della Camera Deiezione in un nuovo, fresco, saporito, profumato e invitante cibo, servito su piatti trasparenti dai bordi prolassati. Considerato ciò, non sarebbe del tutto sbagliato definire una sorta di "ruminante" il nostro alieno personaggio. Per quanto schifo possa suscitare in noi anche il solo pensare di nutrirsi con la propria merda, è però senz'altro vero che siamo di fronte ad un comportamento altamente ecologico, ad impatto pressoché zero sia dal punto di vista entropico che da quello chilometrico.

Il computer, di sua volontà, attraverso una funzione matematica pseudo-casuale aveva scelto l'isola Komodo. SoLongTime pensò che fosse un'ottima scelta per stare a proprio agio nel mentre coloriva il suo turgido e modellato trisedere sulla base della trisezione-aurea il cui valore poteva essere misurato con strumenti e sensori tipicamente anaLogici. Sì, tre chiappe, perché la conformazione fisica della razza cui apparteneva era strutturata sul numero tre: tre occhi, tre nasi, tre bocche, tre orecchie, tre braccia, tre gambe, tre mani con tre dita ognuna, tre testicoli, tre organi sessuali... e tre cervelli, di cui il terzo, mai lo stesso — chiamato per l'occasione "il terzo incomodo" —, entrava in opera soltanto quando gli altri due trisferi si mettevano a litigare per accreditarsi il merito percettivo-cognitivo.

La comunicazione tra SoLongTime e IllogicFuzz 2112 — il nome del computer — poteva avvenire in un modo soltanto. Sebbene sarebbe stato fattibile la comunicazione diretta dal pensiero dell'alieno ai sensori d'ingresso del computer attraverso onde metà eteree e l'altra metà aeree, per ragioni di cautela si era evitato d'implementare un simile meccanismo. Qualche imprevedibile concorso d'eventi avrebbe potuto innescare un comportamento intrusivo da parte di IllogicFuzz 2112 nella testa tricefala di SoLongTime senza chiedergli il permesso d'intrufolarsi. Affinché il computer di bordo potesse ricevere indicazioni dall'alieno, quest'ultimo doveva recarsi nella sala CommunicationWithMe ed infilarsi uno spinotto in uno dei due orifizi tra le tre natiche a seconda del tipo di richiesta, che poteva essere personale o legata alla missione spaziale di cui era il solo e unico membro d'equipaggio. L'aspetto più bizzarro, ma allo stesso tempo potenzialmente artistico, d'avere una struttura del corpo triparte, si manifestava allorché all'alieno veniva da scoreggiare. Sul suo pianeta si teneva annualmente il festival del PetoSong in cui i concorrenti potevano esprimere la propria creatività artistica emanando onde sonore chiamate "shitNoise" o "crapNoise" in modalità stereo. I migliori artisti del festival erano anche fini matematici specialisti della Trasformata di El Ciàpa, il corrispettivo della nostra trasformata di Fourier. Se invece avesse desiderato compagnia, del sesso opposto o altro genere di sua fantasia, SoLongTime non doveva far altro che recarsi in sala comunicazione, infilarsi lo spinotto nel buco giusto e inoltrare la richiesta. Nella Camera WhatYouWantYouWillHave, da una poltiglia di elementi chimico-minerali avrebbe preso forma l'oggetto del desiderio in modo del tutto automatico e preciso fino all'ignoranza. Quella stessa notte espresse il suo desiderio privato e fu accontentato in ogni sua parte del corpo dalla figura androgina partorita dalla mente dell'alieno.

Giunto di notte come da programma, la prima cosa che vide sull'isola Komodo non appena sbarcò dalla Caravèla interplanetaria AllBlackHolé fu il mare. Restò affascinato da quell'andirivieni e scontrarsi di onde spumeggianti, dal colore, dal suono del loro infrangersi sulla costa. Si accasciò sulla sabbia, poggiando il trisedere in modo da distribuire uniformemente il peso del corpo su ogni chiappa e attese il sorgere del sole fissando l'orizzonte e chiudendo il terzo occhio, quello centrale. Poco prima d'abbandonarsi a quell'incantevole atmosfera marinara-komodana, miriadi di piccoli granchi ed altrettanto innumerevoli minuti paguri presero a girargli intorno lasciando le loro tipiche tracce sulla spiaggia. Osservando più da vicino con una zummata binoculare, resa possibile dal suo apparato tricerebrale, SoLongTime concluse che quei segni lasciati sulla sabbia dovevano rappresentare una forma di comunicazione tra i piccoli organismi della stessa specie.

Alle prime luci dell'alba, SoLongTime avvertì del rumore alle sue spalle. Percepiva la presenza di qualcuno che lo stava osservando. Fece roteare l'occhio sinistro e quello destro a mo' di camaleonte potendo così scorgere senza girarsi una figura tra i cespugli e gli alberi che costeggiavano il litorale su cui era atterrato. "Vieni fuori allo scoperto", disse, "non c'è più bisogno che ti nascondi. Ormai t'ho visto".  Isabella de la Fonseca Scarpett uscì dalla selva — oscura di notte e illuminata a giorno di giorno — lo guardò coi grandi occhi sbarrati dallo stupore indecisa se fuggire via il più presto possibile o rimanere a suo rischio. Essendo curiosa, rimase, tanto più che SoLongTime era nudo con in bella mostra il suo triplice apparato sessuale.

Dopo essersi scusato e subito rivestito, i due presero a parlare come si conoscessero da molto tempo benché ciò fosse assolutamente impossibile. Dopo aver passeggiato lungo la riva, fianco a fianco, mano nella mano, si fermarono in una cala a forma di calotta. Entrambi si spogliarono, fecero un bagno come soli i bambini sanno fare e si stesero  al sole mattutino, lei a pancia in su e lui coi tre ombelichi a contatto con la sabbia. Dopotutto era sceso sulla Terra per ambrare le tre chiappe chiare e SoLongTime manteneva sempre la parola presa anche quando non espressamente data.

"Ora capisco perché ti chiamano SoLongTime" fece lei, al termine dell'unione sessuale che sembrava non dovesse finire mai. "Promettimi soltanto una cosa". - "Cosa?", rispose l'alieno. -  "Se dovessi restare incinta", continuò Isabella, "mi prometti che tornerai a prendermi e mi porterai con te sul tuo pianeta o in viaggio per l'universo?" - "Perché ci tieni così tanto? Mi sembri preoccupata. Sapresti benissimo crescerlo da sola il frutto del nostro amore" rispose lui. - "Perché qui su questa meravigliosa Terra, ci sono persone che non mi permetterebbero mai di tenere un figlio con tre volte le parti più importanti e visibili del corpo. Diventerebbe immediatamente un caso da baraccone o da studio in qualche laboratori asettico e spersonalizzato e pieno di strumenti. Condurrebbe una vita d'inferno" - "Hai perfettamente ragione. Verrò a prendervi non appena il pargotriletto sarà pronto ad affrontare il lungo viaggio" rispose SoLongTime con un un abbraccio multimembra e un altrettanto lungo bacio multilingue.

venerdì 18 agosto 2017

il mio vocabolario

In ordine alfabetico

AbbonDanza = dall'etimologia incerta. La maggior parte dei filologi ritiene comunque che, in origine, indicava un tipo di danza praticata dagli indigeni del Nord Africa quale rito-segno propiziatorio per la pioggia. Dopo la conquista da parte dell'uomo occidentale, il termine assunse connotati del tutto differenti finendo per diventare uno slang utilizzato dai nativi in occasione dei tour fotografici da parte dei turisti. Lo si sussurra all'orecchio del ballerino accanto scandendolo in tre parole — ab bon danza — come per dire "mo' ci tocca ballare per quei pochi spiccioli e in compenso tante foto".

CasaMatta = contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non indica né un luogo di cura per "fuori di cranio" e né un'opera difensiva nel suo significato corrente. Nella Proto-Analisi Trascendentale, l'ultima branca emersa nel campo della psicologia, indica la propria mente, chiamata affettuosamente "la matta di casa" da taluni. Tra la nuova generazione ha invece assunto il significato di "non-luogo", che esiste soltanto nella mente (malata?) di chi crede possa esistere un posto del genere.

CerBottana = è la risposta di un puttanière alla domanda di un altro suo degno compare. Il dialogo tra i due si volge solitamente così, per tacito consenso: "CerBottana addà adduv si jut?" - "Sì, CerBottana, cumpar". Traduzione: "C'erano puttane là dove sei andato?" - "Sì, C'erano puttane, compare".

CircoStante = un luogo di spettacoli e divertimento in pianta stabile.

CruciVerba = il Verbo della Croce. Antico gioco di coppia in voga nella comunità cristiana ai suoi esordi, caratterizzato dalla posizione perpendicolare dei due giocatori: entrambi sdraiati a pancia in su, meglio su un prato o un giaciglio, quello sotto si dispone per primo orizzontalmente mentre l'altro gli si stende sopra in linea perpendicolare, a formare una croce. Non è necessario decidere chi starà sopra o sotto poiché ciò verrà determinato dall'altezza del singolo giocatore: il più basso sta sotto e lo spilungone sta sopra. Anche perché, se si facesse il contrario, ci ritroveremmo col sedere del più basso sul collo-petto del più alto il quale è più a suo agio se può appoggiare collo-spalle sulla panza del piccoletto. Presa la corretta posizione, che funge da preliminare, ha inizio la vera gara che consiste nel declamare ad alta voce passi tratti dalle Sacre Scritture Religiose, non importa da quale Paese/Cultura provengano. Vince chi declama i versi con maggior ardore mistico e profondo sentimento reverenziale, che viene valutato da una commissione appositamente istituita, l'OratoriumScripta.

DeNotare = sistema simbolico molto antico, risalente alla Notte dei Tempi. Veniva utilizzato esclusivamente dal clan dei musicisti composto indifferentemente da donne e uomini. Potevano prendervi parte anche i bambini qualora interessati o predisposti. Si trattava di comporre frasi con parole che richiedono almeno una delle 7 note. Più note ci sono nel discorso meglio è poiché il parlare diventa letteralmente musicale. Ad esempio, con le note musicali in ordine alfabetico, si potrebbe dire o scrivere come sto facendo adesso: "Ti DO un bacio se mi dici chi è il RE del rock che MI ha fatto impazzire un paio di sere FA al suo concerto di beneficienza tenuto al calar del SOL in quel luogo splendido dove LA natura dipinge un paesaggio che nemmeno il più bravo ritrattista vi SI potrebbe lontanamente avvicinare".

GenuFlesso = il genio più modesto che possa esistere. Ogni volta che ha un'idea, brillante od opaca, si piega in due dalle risate e ringrazia la buona sorte levando in alto le mani e piantando per terra prima i piedi poi mantenendo le ginocchia in equilibrio su ceci, azuki, piselli secchi e duri più del marmo.

LogOrroico = in realtà dovrebbe deNotare (vedi voce) chi ha orrore delle parole.

MeDitare = un termine della lingua di una tribù d'indiani nativi d'America, precisamente i Piedi Scalzi. Sta ad indicare ciò che tradurremmo letteralmente "tu ditare me", che, in termini più comprensibili, significa "mettimi pure le mani addosso, ma con calma", in breve "toccami, stupidone". Nella loro lingua, ogni parola che inizia col prefisso "Me" sta a significare che l'azione dev'essere compiuta da chi ascolta su chi parla. Vedi termine seguente per un ulteriore esempio.

MeNomare = letteralmente "tu dare un nome a me", in breve "chiamami"; fa parte della lingua dei Piedi Scalzi. Vedi termine precedente per una panoramica succinta di questo per noi insolito modo di comunicare.

NeMesi = arco di tempo la cui unità di misura è suscettibile di variare a seconda delle turbolenze spazio-temporali al largo dei Bastioni di Orione. Un corrispettivo terrestre, sebbene solo blandamente, potrebbero essere l'anno bisestile per pareggiare i conti del tempo misurato e vissuto.

PanorAmica = l'amica più fidata del Re Panor, vissuto intorno al III secolo a.C. non certo dalle parti di casa mia né vostra. La storia vuole che fosse una discendente del ramo di Pandora, tesi avvalorata dalle raffigurazioni che la ritraggono sempre con un vaso in mano; queste incisioni compaiono soltanto sui vasi stessi, la maggior parte dei quali è stata rinvenuta dalle parti di Cnosso. 

PropaGanda = divinità del pantheon induista. È grossomodo il corrispettivo del nostro "messaggero celeste", il portare delle buone notizie quanto di quelle brutte. La sua vita è un paradiso-inferno in Terra: da latore di buone notizie viene trattato come un pascià, riverito e servito a puntino, il tutto a sbafo. Ma quando porta brutte notizie viene preso a calci in culo, inveito, vilipeso, bistrattato. A forza di dai e dai, PropaGanda ha deciso di ricorrere ai ripari. Qualche ora prima di recare le brutte notizie, si sciacqua ben bene il gargarozzo e per 5 minuti esatti scaglia maledizioni in tutte e quattro le direzioni, cominciando dall'Ovest e finendo col Nord in senso tassativamente antiorario. Durante l'invettiva ai quattro venti non pronuncia alcun nome personale; bisogna riconoscere che è altamente democratico in questo. Dopo questa forma di catarsi, è pronto per subire gli improperi che si becca giornalmente visto che le brutte notizie non mancano purtroppo mai.

QuantoMeno = l'ultima particella scoperta nel Laboratorio Atomico di Ginevra. La maggior parte dei fisici ritiene che qualora dovesse mancare all'appello, per qualche particolare evento catastrofico, l'assenza di questa infinitesimale particella innescherebbe conseguenze terribili. Alcuni stimati fisici giungono ad ipotizzare che vi possa essere una diretta correlazione tra Buchi Neri e l'assenza delle mattonelle quantoMeno. Soltanto una ricerca mirata e una nuova teoria fisica strutturalmente e formalmente esplosiva potrebbero gettare luce, quantomeno, su tale ineffabile particella. Da quando è stata scoperta, ha surclassato in notorietà e interesse i pur sempre intriganti Bosoni di Higgs. Altri fisici, in realtà uno sparuto gruppo tra cui però fa la sua porca figura un Premio Nobel, suppone che debbano esistere anche le particelle quantoPiù, per ragioni di simmetria. La loro ipotesi è tutt'altro che trascurabile, come ha ammesso un Premio Nobel della controparte.

ZerBinO = simil-acronimo che sta per "zero binario ottale". Nella numerologia delle stringhe parallele, branca della disciplina QuiSeMasticaSoloNumeri, sta ad indicare un sistema numerico a-posizionale le cui cifre sono le stesse del nostro sistema ottale ma vengono calcolate su premesse diverse. Chi volesse approfondire può consultare "Teoria del Calcolo sullo ZerBinO - dopo essersi puliti le scarpe" del gruppo di matematici austroungarico il cui motto è:"2+2 fa quanto più ci piace al momento del calcolo".

giovedì 17 agosto 2017

come viene, viene

L'oggetto del post non ha niente a che fare con pratiche sessuali e dintorni. Peccato! Sarà invece uno scritto free-writing su pensieri che mi frullano in mente, alcuni esaminati ed altri no poiché nati sul momento, nel mentre vado scrivendoli.

Si comincia!
Ammesso sia possibile e utile dare una spiegazione esaustiva di ogni affermazione pronunciata mentre si dialoga con (o si scrive per) altri, il risultato sarebbe soddisfacente e desiderabile? Ritengo di no. Sarebbe di una prolissità, che ben presto si trasformerebbe in una noia, mortale. Senza contare il fatto che richiederebbe sia all'oratore che all'ascoltatore un'attenzione estrema per non perdersi nei meandri delle spiegazioni che si ripiegano su se stesse. Come semplice prova sarebbe un esperimento da fare, e ci accorgeremmo ben presto come ci succhi (fossero almeno di frutta) tutte le sinapsi disponibili in quel momento, lasciandoci scarichi quanto una pila esaurita. Vi e mi risparmio volentieri di darvene una prova con un esempio scritto. Alleluia!
Tuttavia, a piccole dosi, l'esperimento vale la pena di farlo. Primo, perché aiuta a chiarire il proprio pensiero: chiedersi del perché di una certa affermazione proferita, di una immagine mentale scaturita da chissà dove o di una sensazione sorta lì per lì, è come risalire il corso di un torrente giungendo infine alla sua fonte. Altra acqua per dissetarsi così cristallina non ce n'è. Secondo, perché accorgendoci dell'inghippo di una prassi del genere (prolissità, fastidio, noia e rischio di schizzamento cerebrale dovuto al sovraccarico di lavoro) — se utilizzata senza le dovute cautele, si può capire l'utilità di evitarla se non quando si è soli con se stessi e nada más. Da ciò ne consegue che sarà compito dell'ascoltatore (o lettore) intuire/dedurre ciò che non è stato espressamente detto a chiare lettere. Tal fattore potrebbe essere riconducibile al noto detto e non da tutti compreso (a me ci sono voluti anni e anni) "leggere tra le righe".

Si cambia.
Quando scrivo, mi preoccupo come prima cosa, entro i limiti a me consoni, di non giudicare, né me stesso né gli altri a cui mi rivolgo. Se do l'impressione di giudicare me ne scuso poiché il mio intento è principalmente capire, constatare i dati di fatto più che le parole che possono dirsi su tali fatti. Potremmo stare a discutere per giorni, se non per millenni se vivessimo così a lungo, su cosa s'intenda per "fatto", che altri chiamano "realtà", senza peraltro avere la certezza di giungere ad un accordo sul suo significato. Dal mio esiguo punto di vista — sono realmente magro quanto un Joe Stecchino — la questione è piuttosto semplice (o forse sono io che la semplifico per meglio manipolarla?): se, ad esempio, chiedo a qualcuno in casa di portarmi per favore un bicchier d'acqua credete forse che mi allunghi un portacenere pieno di mozziconi e cenere o faccia qualsiasi altra cosa che non sia ciò che ho chiesto? Certo che no! Porgendomi il bicchiere riconosce implicitamente la stessa realtà che vedo io coi miei occhi. Ciò che differisce tra noi due è la posizione nello spazio, il punto d'osservazione in cui ci troviamo. La differenza vera e propria sta nell'esame-valutazione-interpretazione dei fatti, di ciò che effettivamente accade, ma questo è un altro paio di braghe ancorché di maniche.

Si cambia.
Da quando esiste la psicoanalisi, molte persone vi si (mi-ci) rivolgono per un aiuto o un'assistenza che in taluni casi può prolungarsi per anni. Prima, ma anche adesso vale per una considerevole fetta della popolazione, si andava dal prete per un consiglio o un conforto. Dopotutto, dal prete ci si va a confessare e questo, per alcuni versi, somiglia a ciò che si svolge tra le quattro mura della stanza del psicologo di turno. Già da diverso tempo alcune congregazioni religiose hanno istituito corsi/seminari per istruire preti sulle ricerche in psicologia. Una ricerca effettuata da uno studioso affetto da "maronite" (eufemismo per intendere la serietà e professionalità del soggetto) ha dimostrato che i casi di guarigione (vera o presunta che sia) a seguito di terapia psicoanalitica non dipendono affatto dalla teoria studiata e seguita dal terapeuta ma da egli stesso, dalla sua capacità di "entrare in contatto col paziente". Altri ancora, per vari motivi che non sto ad elencare, si rivolgono ad un amico/a o a qualcuno di cui si fidano per cercare di sbrogliare il groviglio in cui sono avviluppati. Abbiamo anche, sotto (mentite?) spoglie spirituali, chi va da un Guru, di solito per trovare/ottenere qualcosa: un senso da dare alla propria vita, la ricerca di stabilità mentale, la fin troppo sventolata a vanvera "illuminazione" e termini corrispettivi in altre lingue o forse va in cerca di compagnia.
C'è un altro modo di risolvere i propri conflitti, le proprie nevrosi senza rivolgersi necessariamente ad altri? Per chi se la sente, la maniera di farlo c'è, esiste, e non è del tutto vero che sia imperativo sfangarsela soli soletti dall'inizio alla fine. Per chi decida d'intraprendere questa "via solitaria" il compito gravita certo sulle sue sole spalle, è di sua stretta responsabilità, ma ciò non esclude che possa scovare o imbattersi casualmente in appigli-indizi-tracce, ad esempio leggendo un dato libro, o avendo un'insolita esperienza o incontrando una persona, conosciuta o meno, che fa balenare l'idea che ci voleva per proseguire nello sviluppo del coordinamento con l'ambiente circo-stante (un luogo di divertimento fisso).

Si cambia, restando in tema.
Sono tra quelli che difficilmente andrebbero dallo psicologo. M'arrangio da me. Eppure, un paio di volte ci sono stato, per la prima sessione soltanto poiché la davano a gratis, dopodiché non ci sono più tornato. Non mi si fraintenda, amo leggere anche libri che trattano di psicologia ed in parte è dovuto a questo se sono allergico alle sedute di psicologia. Se facessero stare in piedi o, ancor meglio, si andasse a passeggiare fianco a fianco attraverso il parco, potrei sempre ricredermi.
Allora, cosa si può fare singolarmente per portare ordine nei nostri pensieri? Se le cose che ci accadono ci fossero chiare, non ci sarebbe certo bisogno di rivolgersi ad altri per farsi aiutare (ho messo tre "ci" in un pugno di parole. Kappa Oh!)
Assodato che a mio vedere uno dei sapori più gradevoli e inebrianti del vivere è scoprire per conto proprio come vanno le cose, ogni cosa umanamente possibile, mi limiterò a lanciare due o tre sentenze (di vita, non di morte) che spero potranno gettar luce su ciò che comporta percorrere la "via solitaria". In primis, nosotros tenemos cinque sensi ed un cervello a cui sono connessi. Sì, spesso ci si dimentica delle cose più ovvie e so' cazzi checché se ne possa dire o pensare. Scagli la prima pietra chi può ammettere in tutta sincerità di utilizzare ognuno dei cinque sensi insieme e ogni volta che sia necessario. Lo sviluppo dei sensi è di primaria importanza per intraprendere questa solingo cammino. Dicono che l'arte (inclusa quella di vivere) sia mettere le cose al proprio posto e questo vale naturalmente anche per il dominio del pensiero. Metterei in risalto il fatto (che resta solo un'idea per chi non lo sperimenta) che, per quanto possa sembrare bizzarro, in definita non è necessario fare nulla di particolare. È sufficiente mettere in moto, a pieno regime, i due sensi solitamente più utilizzati: vista e udito; ciò si traduce nel "vedere e ascoltare", cosa che in sé non richiede alcun sforzo tranne una costanza che col tempo diverrà naturale quanto il respirare. È implicito che questo "vedere e ascoltare" sia accompagnato da un silenzio interiore: il cervello deve trovarsi in uno stato off-line o stand-by se preferite; spento (cosa assurda) sarebbe davvero chiedere troppo. Lungo il percorso ci ritroveremo con un cervello desto, fresco, scattante e tuttavia rilassato, che fa ordine al suo interno, nell'intreccio dei pensieri. Una vera cuccagna!, mi verrebbe da dire. C'è un solo modo per confutare ciò che vado dicendo: sperimentare la cosa e poi se ne può parlare. Don Chisciotte combatteva contro i mulini a vento e non voglio fare la stessa fine seppure il Don lo senta vicino e mi stia simpatico tanto quanto il fedele Sancho Panza.