venerdì 18 agosto 2017

il mio vocabolario

In ordine alfabetico

AbbonDanza = dall'etimologia incerta. La maggior parte dei filologi ritiene comunque che, in origine, indicava un tipo di danza praticata dagli indigeni del Nord Africa quale segno propiziatorio per la pioggia. Dopo la conquista da parte dell'uomo occidentale, il termine assunse connotati del tutto differenti finendo per diventare uno slang utilizzato dai nativi in occasione dei tour fotografici da parte dei turisti. Lo si sussurra all'orecchio del ballerino accanto scandendolo in tre parole — ab bon danza — come per dire "mo' ci tocca ballare per quei pochi spiccioli e in compenso tante foto".

CasaMatta = contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non indica né un luogo di cura per "fuori di cranio" e né un'opera difensiva nel suo significato corrente. Nella Proto-Analisi Trascendentale, l'ultima branca emersa nel campo della psicologia, indica la propria mente, chiamata affettuosamente "la matta di casa" da taluni. Tra la nuova generazione ha invece assunto il significato di "non-luogo", che esiste soltanto nella mente (malata?) di chi crede possa esistere un posto del genere.

CerBottana = è la risposta di un puttanière alla domanda di un altro suo degno compare. Il dialogo tra i due si volge solitamente così, per tacito consenso: "CerBottana addà adduv si jut?" - "Sì, CerBottana, cumpar". Traduzione: "C'erano puttane là dove sei andato?" - "Sì, C'erano puttane, compare".

CircoStante = un luogo di spettacoli e divertimento in pianta stabile.

CruciVerba = il Verbo della Croce. Antico gioco di coppia cristiano, caratterizzato dalla posizione perpendicolare dei due giocatori: entrambi sdraiati a pancia in su, meglio su un prato o un giaciglio, quello sotto si dispone  per primo orizzontalmente mentre l'altro gli si stende sopra in linea perpendicolare, a formare una croce. Non è necessario decidere chi starà sopra o sotto poiché ciò verrà determinato dall'altezza del singolo giocatore: il più basso sta sotto e lo spilungone sta sopra. Presa la corretta posizione, che funge da preliminare, ha inizio la vera gara che consiste nel declamare ad alta voce passi tratti dalle Scritture Religiose, non importa da quale Paese/Cultura provengano.

GenuFlesso = il genio più modesto che possa esistere. Ogni volta che ha un'idea, brillante od opaca, si piega in due dalle risate e ringrazia la buona sorte levando in alto le mani e piantando per terra i piedi.

LogOrroico = in realtà indica chi ha orrore delle parole.

MeDitare = un termine della lingua di una tribù d'indiani nativi d'America, precisamente i Piedi Scalzi. Sta ad indicare ciò che tradurremmo letteralmente "tu ditare me", che, in termini più comprensibili, significa "mettimi pure le mani addosso, ma con calma", in breve "toccami, stupidone". Nella loro lingua, ogni parola che inizia con "Me" sta ad significare che l'azione dev'essere compiuta da chi ascolta su chi parla. Vedi termine seguente per un altro esempio.

MeNomare = letteralmente "tu dare un nome a me", in breve "chiamami"; fa parte della lingua dei Piedi Scalzi. Vedi termine precedente per una panoramica succinta di questo per noi insolito modo di comunicare.

NeMesi = arco di tempo la cui unità di misura è suscettibile di variare a seconda delle turbolenze spazio-temporali al largo dei Bastioni di Orione. Un corrispettivo terrestre, sebbene solo blandamente, potrebbero essere l'anno bisestile per pareggiare i conti del tempo misurato e vissuto.

PanorAmica = l'amica più fidata del Re Panor, vissuto intorno al III secolo a.C. non certo dalle parti di casa mia né vostra. La storia vuole che fosse una discendente del ramo di Pandora, tesi avvalorata dalle raffigurazioni che la ritraggono sempre con un vaso in mano; queste incisioni compaiono soltanto sui vasi stessi, la maggior parte dei quali è stata rinvenuta dalle parti di Cnosso. 

PropaGanda = divinità del pantheon induista. È grossomodo il corrispettivo del nostro "messaggero celeste", il portare delle buone notizie quanto di quelle brutte. La sua vita è un paradiso-inferno in Terra: da latore di buone notizie viene trattato come un pascià, riverito e servito a puntino, il tutto a sbafo. Ma quando porta brutte notizie viene preso a calci in culo, inveito, vilipeso, bistrattato. A forza di dai e dai, PropaGanda ha deciso di ricorrere ai ripari. Qualche ora prima di recare le brutte notizie, si sciacqua ben bene il gargarozzo e per 5 minuti esatti scaglia maledizioni in tutte e quattro le direzioni, cominciando dall'Ovest e finendo col Nord in senso tassativamente antiorario. Durante l'invettiva ai quattro venti non pronuncia alcun nome personale; bisogna riconoscere che è altamente democratico in questo. Dopo questa forma di catarsi, è pronto per subire gli improperi che si becca giornalmente visto che le brutte notizie non mancano purtroppo mai.

QuantoMeno = l'ultima particella scoperta nel Laboratorio Atomico di Ginevra. La maggior parte dei fisici ritiene che qualora dovesse mancare all'appello, per qualche particolare evento catastrofico, l'assenza di questa infinitesimale particella innescherebbe conseguenze terribili. Alcuni stimati fisici giungono ad ipotizzare che vi possa essere una diretta correlazione tra Buchi Neri e l'assenza delle mattonelle quantoMeno. Soltanto una ricerca mirata e una nuova teoria fisica genialmente esplosiva potrebbero gettare luce, quantomeno, su tale ineffabile particella. Da quando è stata scoperta, ha surclassato in notorietà e interesse i pur sempre intriganti Bosoni di Higgs. Altri fisici, in realtà uno sparuto gruppo tra cui però fa la sua porca figura un Premio Nobel, suppone che debbano esistere anche le particelle quantoPiù, per ragioni di simmetria. La loro ipotesi è tutt'altro che trascurabile, come ha ammesso uno stesso Premio Nobel della controparte.

ZerBinO = simil-acronimo che sta per "zero binario ottale". Nella numerologia delle stringhe parallele, branca della disciplina QuiSeMasticaSoloNumeri, sta ad indicare un sistema numerico a-posizionale le cui cifre sono le stesse del nostro sistema ottale ma vengono calcolate su premesse diverse. Chi volesse approfondire può consultare "Teoria del Calcolo sullo ZerBinO - dopo essersi puliti le scarpe" del gruppo di matematici austroungarico "Due più due fa quanto più ci piace al momento del calcolo".

giovedì 17 agosto 2017

come viene, viene

L'oggetto del post non ha niente a che fare con pratiche sessuali e dintorni. Peccato! Sarà invece uno scritto free-writing su pensieri che mi frullano in mente, alcuni esaminati ed altri no poiché nati sul momento, nel mentre vado scrivendoli.

Si comincia!
Ammesso sia possibile e utile dare una spiegazione esaustiva di ogni affermazione pronunciata mentre si dialoga con (o si scrive per) altri, il risultato sarebbe soddisfacente e desiderabile? Ritengo di no. Sarebbe di una prolissità, che ben presto si trasformerebbe in una noia, mortale. Senza contare il fatto che richiederebbe sia all'oratore che all'ascoltatore un'attenzione estrema per non perdersi nei meandri delle spiegazioni che si ripiegano su se stesse. Come semplice prova sarebbe un esperimento da fare, e ci accorgeremmo ben presto come ci succhi (fossero almeno di frutta) tutte le sinapsi disponibili in quel momento, lasciandoci scarichi quanto una pila esaurita. Vi e mi risparmio volentieri di darvene una prova con un esempio scritto. Alleluia!
Tuttavia, a piccole dosi, l'esperimento vale la pena di farlo. Primo, perché aiuta a chiarire il proprio pensiero: chiedersi del perché di una certa affermazione proferita, di una immagine mentale scaturita da chissà dove o di una sensazione sorta lì per lì, è come risalire il corso di un torrente giungendo infine alla sua fonte. Altra acqua per dissetarsi così cristallina non ce n'è. Secondo, perché accorgendoci dell'inghippo di una prassi del genere (prolissità, fastidio, noia e rischio di schizzamento cerebrale dovuto al sovraccarico di lavoro) — se utilizzata senza le dovute cautele, si può capire l'utilità di evitarla se non quando si è soli con se stessi e nada más. Da ciò ne consegue che sarà compito dell'ascoltatore (o lettore) intuire/dedurre ciò che non è stato espressamente detto a chiare lettere. Tal fattore potrebbe essere riconducibile al noto detto e non da tutti compreso (a me ci sono voluti anni e anni) "leggere tra le righe".

Si cambia.
Quando scrivo, mi preoccupo come prima cosa, entro i limiti a me consoni, di non giudicare, né me stesso né gli altri a cui mi rivolgo. Se do l'impressione di giudicare me ne scuso poiché il mio intento è principalmente capire, constatare i dati di fatto più che le parole che possono dirsi su tali fatti. Potremmo stare a discutere per giorni, se non per millenni se vivessimo così a lungo, su cosa s'intenda per "fatto", che altri chiamano "realtà", senza peraltro avere la certezza di giungere ad un accordo sul suo significato. Dal mio esiguo punto di vista — sono realmente magro quanto un Joe Stecchino — la questione è piuttosto semplice (o forse sono io che la semplifico per meglio manipolarla?): se, ad esempio, chiedo a qualcuno in casa di portarmi per favore un bicchier d'acqua credete forse che mi allunghi un portacenere pieno di mozziconi e cenere o faccia qualsiasi altra cosa che non sia ciò che ho chiesto? Certo che no! Porgendomi il bicchiere riconosce implicitamente la stessa realtà che vedo io coi miei occhi. Ciò che differisce tra noi due è la posizione nello spazio, il punto d'osservazione in cui ci troviamo. La differenza vera e propria sta nell'esame-valutazione-interpretazione dei fatti, di ciò che effettivamente accade, ma questo è un altro paio di braghe ancorché di maniche.

Si cambia.
Da quando esiste la psicoanalisi, molte persone vi si (mi-ci) rivolgono per un aiuto o un'assistenza che in taluni casi può prolungarsi per anni. Prima, ma anche adesso vale per una considerevole fetta della popolazione, si andava dal prete per un consiglio o un conforto. Dopotutto, dal prete ci si va a confessare e questo, per alcuni versi, somiglia a ciò che si svolge tra le quattro mura della stanza del psicologo di turno. Già da diverso tempo alcune congregazioni religiose hanno istituito corsi/seminari per istruire preti sulle ricerche in psicologia. Una ricerca effettuata da uno studioso affetto da "maronite" (eufemismo per intendere la serietà e professionalità del soggetto) ha dimostrato che i casi di guarigione (vera o presunta che sia) a seguito di terapia psicoanalitica non dipendono affatto dalla teoria studiata e seguita dal terapeuta ma da egli stesso, dalla sua capacità di "entrare in contatto col paziente". Altri ancora, per vari motivi che non sto ad elencare, si rivolgono ad un amico/a o a qualcuno di cui si fidano per cercare di sbrogliare il groviglio in cui sono avviluppati. Abbiamo anche, sotto (mentite?) spoglie spirituali, chi va da un Guru, di solito per trovare/ottenere qualcosa: un senso da dare alla propria vita, la ricerca di stabilità mentale, la fin troppo sventolata a vanvera "illuminazione" e termini corrispettivi in altre lingue o forse va in cerca di compagnia.
C'è un altro modo di risolvere i propri conflitti, le proprie nevrosi senza rivolgersi necessariamente ad altri? Per chi se la sente, la maniera di farlo c'è, esiste, e non è del tutto vero che sia imperativo sfangarsela soli soletti dall'inizio alla fine. Per chi decida d'intraprendere questa "via solitaria" il compito gravita certo sulle sue sole spalle, è di sua stretta responsabilità, ma ciò non esclude che possa scovare o imbattersi casualmente in appigli-indizi-tracce, ad esempio leggendo un dato libro, o avendo un'insolita esperienza o incontrando una persona, conosciuta o meno, che fa balenare l'idea che ci voleva per proseguire nello sviluppo del coordinamento con l'ambiente circo-stante (un luogo di divertimento fisso).

Si cambia, restando in tema.
Sono tra quelli che difficilmente andrebbero dallo psicologo. M'arrangio da me. Eppure, un paio di volte ci sono stato, per la prima sessione soltanto poiché la davano a gratis, dopodiché non ci sono più tornato. Non mi si fraintenda, amo leggere anche libri che trattano di psicologia ed in parte è dovuto a questo se sono allergico alle sedute di psicologia. Se facessero stare in piedi o, ancor meglio, si andasse a passeggiare fianco a fianco attraverso il parco, potrei sempre ricredermi.
Allora, cosa si può fare singolarmente per portare ordine nei nostri pensieri? Se le cose che ci accadono ci fossero chiare, non ci sarebbe certo bisogno di rivolgersi ad altri per farsi aiutare (ho messo tre "ci" in un pugno di parole. Kappa Oh!)
Assodato che a mio vedere uno dei sapori più gradevoli e inebrianti del vivere è scoprire per conto proprio come vanno le cose, ogni cosa umanamente possibile, mi limiterò a lanciare due o tre sentenze (di vita, non di morte) che spero potranno gettar luce su ciò che comporta percorrere la "via solitaria". In primis, nosotros tenemos cinque sensi ed un cervello a cui sono connessi. Sì, spesso ci si dimentica delle cose più ovvie e so' cazzi checché se ne possa dire o pensare. Scagli la prima pietra chi può ammettere in tutta sincerità di utilizzare ognuno dei cinque sensi insieme e ogni volta che sia necessario. Lo sviluppo dei sensi è di primaria importanza per intraprendere questa solingo cammino. Dicono che l'arte (inclusa quella di vivere) sia mettere le cose al proprio posto e questo vale naturalmente anche per il dominio del pensiero. Metterei in risalto il fatto (che resta solo un'idea per chi non lo sperimenta) che, per quanto possa sembrare bizzarro, in definita non è necessario fare nulla di particolare. È sufficiente mettere in moto, a pieno regime, i due sensi solitamente più utilizzati: vista e udito; ciò si traduce nel "vedere e ascoltare", cosa che in sé non richiede alcun sforzo tranne una costanza che col tempo diverrà naturale quanto il respirare. È implicito che questo "vedere e ascoltare" sia accompagnato da un silenzio interiore: il cervello deve trovarsi in uno stato off-line o stand-by se preferite; spento (cosa assurda) sarebbe davvero chiedere troppo. Lungo il percorso ci ritroveremo con un cervello desto, fresco, scattante e tuttavia rilassato, che fa ordine al suo interno, nell'intreccio dei pensieri. Una vera cuccagna!, mi verrebbe da dire. C'è un solo modo per confutare ciò che vado dicendo: sperimentare la cosa e poi se ne può parlare. Don Chisciotte combatteva contro i mulini a vento e non voglio fare la stessa fine seppure il Don lo senta vicino e mi stia simpatico tanto quanto il fedele Sancho Panza.

mercoledì 16 agosto 2017

Il ritorno di Jack e Thom - l'uomo che non è

  • Un uomo che non è un uomo, che uomo è?
  • Che minchia farfugli, eh, Thom?
  • Non capisci forse la mia lingua, eh, Jack?
  • Ti comprendo come le mie tasche. Sei tu che non sai cosa tu stesso stia dicendo, pivello.
  • Gira che ti gira, io sono il fesso di turno, il fanalino di coda. Fatto sta che non hai risposto alla mia profonda-abissale domanda.
  • Sei forse stato di recente ad Addis Abeba? Hai conosciuto qualche abissino interessante?
  • Secondo me ti sei fumato il tuo lato di cervello Jack. Cosa c'entra adesso l'Etiopia?
  • Vedo che non sei svelto di comprendonio. Lasciamo perdere.
  • Ah! Ho capito. Hai giocato sulle parole "abissale" e "abissino", vero?
  • Quando davvero lo vuoi ci arrivi pure tu a cogliere. Coglione!
  • Ora rispondi alla domanda iniziale che t'ho fatto.
  • La risposta sta nella domanda stessa, fessacchiotto. Te lo voglio dire per filo e per segno: comprendere appieno la domanda dà quasi sicuramente modo di trovare una risposta.
  • Quindi?
  • Tu cosa ne dici, Thom?
  • Sono io che ho fatto la domanda. A te tocca rispondere.
  • Non ci riesci da solo? Ahi, ahi, ahi.
  • Senti, Jack, chi ci ha creato ha assegnato a me l'emisfero destro del cervello mentre a te ha fornito quello sinistro. Cosa vogliamo fare? Ce li scambiamo o li connettiamo insieme callosamente?
  • Con o senza alluce valgo?
  • Be', quello è un optional. Se ti va ci mettiamo un pollice verde a mo' di corpo calloso.
  • D'accordo. Ora puoi rispondere tu stesso alla tua frivola domanda.
  • Frivolo sarai tu. Io pondero prima d'aprir bocca.
  • Ed io invece ballero prima di parlare. Comunque, se ti ritieni così riflessivo è una ragione in più per auto-risponderti.
  • Ok, l'hai voluto tu. Ad un esame superficiale, la domanda potrebbe apparire senza senso o frivola come tu erroneamente ritieni. Scommetto che il tuo ragionamento è stato questo: siccome un uomo che non è un uomo non può certo essere un uomo, non ha senso, di conseguenza, chiedersi che razza di uomo sia; è una qualsiasi altra cosa tranne che un uomo. Giusto, Jack?
  • Indovinato, piccolo Thom. Bravo! Ora delucidami sul perché la ritiene una domanda profonda-abissale.
  • A livello intellettuale il tuo ragionamento è corretto, fila come Berta filava la lana. Tuttavia, anche un uomo che non è un uomo resta pur sempre un esemplare della nostra sola et unica razza. Il tacito presupposto della mia domanda è che si raggiunga la dignità dell'essere un vero uomo — o donna — solo quando siano state coltivate e sviluppate le potenzialità insite nel genere umano. A Napoli direbbero che nessuno nasce imparato. Stessa cosa vale riguardo ad un esemplare di essere umano genuino. Non si nasce con tale caratteristica, se non forse in rarissimi casi. La si acquisisce strada facendo e molti si perdono lungo la via pensando ci siano cose migliori cui dedicarsi o imboccano deviazioni che li allontana da questo imprescindibile traguardo, che poi, a sua volta, diventerà il nuovo punto di partenza per il "viaggio infinito".
  • Cazzarola d'una Caprarola. Fammi conoscere al più presto il tuo pusher, alla faccia delle Parole Parodisiache.  Hai a che fare forse con quel tipo alla Easy Rider?
  • Fanculo, Jack.
  • Altrettanto, Thom.

martedì 15 agosto 2017

di post in post

Tiriamo le somme da quando ho inaugurato il Blog.
La mia precedente esperienza sul Web è stata la permanenza in una Mailing-list per otto-nove anni. Le due forme di comunicazione (Blog e Mailing-list) sono molto differenti. Mi limito a rilevare che in una Mailing-list la comunicazione avviene internamente (il proprio messaggio viene invitato a tutti i membri iscritti (salvo impostazione di ricezione disabilitata da parte del singolo)) e nessun altro può leggere quanto circola all'interno del gruppo. Via Blog, invece, ciò che scrivo può essere letto potenzialmente da chiunque è connesso alla rete (e sappia leggere e capire l'italiano). L'altro punto di rilievo è che in una Mailing-list è probabile che il proprio messaggio riceva risposta da uno o più membri (soprattutto se il messaggio è stuzzicante e/o provocatorio o semplicemente interessante), mentre via Blog non è detto che si ricevano commenti o repliche ai propri post. In breve e sommariamente, la Mailing-list è una comunicazione bi-direzionale mentre il Blog è spesso a senso unico. Nessuno dei due metodi di comunicazione invalida la sentenza che "la differenza la fa chi legge". Vogliamo soffermarci su questa sentenza? Ok, faccia-molo!

La sentenza equivale a dire che la differenza la fa il singolo individuo ("cosa concreta") poiché la società ("cosa astratta") non è altro che l'insieme delle relazioni tra gli individui che ne fanno parte. Dal punto d'osservazione del lettore, il contenuto che sta leggendo non ha alcuna importanza — relativamente. Se è un lettore attento, critico, informato, sveglio, sensibile, eccetera, non si farà infinocchiare facilmente. Saprà riconoscere all'istante, o poco più, se ciò che legge è di valore o invece non è altro che la solita roba: luoghi comuni, conformismo, omologazione, condizionamento, propaganda, proselitismo, superficialità, né carne né pesce, pensiero di seconda mano e via dicendo. Se quanto detto è vero, allora lo stesso sgobbo può essere applicato al rapporto tra maestro e allievo/discepolo. Come fa quest'ultimo a sapere se il maestro è un vero Maestro? Potrebbe perdere parecchi anni della sua vita se dovesse scoprire di aver seguito un uomo fatuo, ops, fuoco fatuo volevo ben dire. Credo che la risposta riposi nel proprio istinto/intuito. Le parole di un vero Maestro hanno una risonanza dentro di noi, fanno vibrare corde interiori che nessuno, nemmeno noi stessi, abbiamo mai sfiorato non sapendone nulla. Indizi del genere, personalmente, mi darebbero la fiducia, la spinta necessaria a seguire quel cotanto di essere umano. Altra caratteristica, presa a prestito, che contraddistingue un vero Maestro da uno farlocco è che al primo non gli interessa assolutamente di vincere o perdere in una contesa verbale, ed è per questo che "vince" sempre. Non ha bandiere da sventolare, né messaggi da propagandare. È "sé stesso" nel senso più azzeccato e paro-paro del termine. Ovviamente dev'essere quantomeno piuttosto sveglio, di una presenza dilagante, capace di cogliere al volo il problema che affligge l'allievo/novizio e indirizzarlo verso la sua soluzione. In fondo, sa che il rapporto maestro-discepolo è tutto un bluff, sebbene possa avere connotati di duro lavoro, doloroso, impegnativo; sa che in realtà non c'è né maestro né discepolo, ma soltanto due esseri umani che s'incontrano per un'esperienza condivisa; sa che lui e l'allievo sono sullo stesso piano sebbene possa sedere su uno scranno più alto.

Abbiamo di-svagato abbastanza. Torniamo al Blog e al perché lo utilizzo.
All'inizio, ho deciso di aprire il Blog perché mi piace scrivere e volevo dar sfogo alla mia pres-unta creatività (più unta che pres) parlando di ciò che avevo in mente in certi momenti o di esperienze vissute in prima persona. Sicuramente, era ed è presente finanche una vena narcisista. Oltre a scrivere mi piace anche ri-leggermi e quando riesco a ridere di me stesso e sento d'aver scritto qualcosa di accettabile, mi ritengo relativamente soddisfatto e mi tocco (non è vero ma ci (guà)stava).

Oggi come oggi, scrivo con altra intenzione. Oltre al piacere che mi dà il combinare le parole per esprimere il più fedelmente possibile ciò che voglio dire, mi sono messo in testa che ciò che scrivo — oltre al sollazzo che potrebbe provocare in altrui persone — potrebbe essere utile a qualcuno che sta brancolando nel buio o che necessita di un'imbeccata per prendere la giusta decisione trovandosi ad un bivio in cui non sa che minchia fare, che pesci pigliare, o tituba sul da farsi. Messa in termini più duri e dirompenti — ma non meno vero e nudo-crudo — si potrebbe dire che la "casa sta bruciando" (il nostro pianeta) e noi continuiamo a discutere sul colore del secchio d'acqua o su chi lo dovrebbe portare, invece di agire tutti insieme prima che sia troppo tardi. Se pensate che io stia vaneggiando o sia eccessivamente drammatico/catastrofista, potete leggervi "Il secolo finale" di Martin Rees, astronomo d'indubbia fama mondiale, tant'è che il suo libro ha scioccato la comunità scientifica (e non solo).

Per salvare il pianeta c'è assolutamente bisogno di persone che abbiano abolito in sé stessi qualsiasi barriera che possa dividerli dagli altri e dalle altre forme di vita. Queste persone troveranno modi e mezzi per intraprendere e costruire la "via della salvezza", esente da beghe e divisioni politiche — e di ogni altro genere — da rapporti inferiore-superiore, da competizione per prevalere sull'altro e così sia/via. Nemmeno la scienza, di per sé, potrà salvarci se non mutiamo il nostro approccio verso il mondo. Anzi, tutt'altro. Con la mega-potenza della tecnologia messa in moto dalla scienza il pericolo di "fine totale" a causa di un incidente, un errore o di malintenzionati è schizzato alle stelle.

Se in qualche modo ci sentiamo separati da ciò che chiamiamo "là fuori", allora il nostro rapporto non farà altro che perpetuare l'onda distruttiva, oppure, ben che vada, rattopperemmo qualche buco qua e là (la politica delle riforme) senza incidere sulla fonte del disastro: noi stessi, presi a uno a uno, escluso infanti, minori e minorati. In qualche modo dobbiamo essere in questo mondo anche se non di questo mondo. Combattere il degrado, la corruzione — soprattutto morale — senza aver compreso il processo, la struttura mentale che ci ha portato a tale punto discendente di rischio d'estinzione, sarebbe fatica sprecata, energia male indirizzata e non muterebbe d’una virgola la nostra pericolosa situazione attuale. Se la religione ha le sue colpe, e le ha, pure la scienza ne ha da vendere. Va da sé che sia religione sia scienza sono imprese dell'avventura umana e in quanto tali sono soggette agli errori e alle intenzioni da parte di esseri umani, ma guarda un po' tu. Non ha alcun senso criticare o rifiutare in blocco queste due modalità d'interpretare e vivere il mondo: la religione e la scienza. Ognuna di esse ha lati positivi e negativi. Ci vogliamo tenere questi ultimi o piuttosto cerchiamo di correggerli o eliminarli del tutto se necessario? Va da sé, in due o in tre, che per dissolvere i nostri aspetti negativi/nocivi bisogna prima intuirli, poi capirli in tutta la loro gravità e totalità. Concentrarsi sui particolari, sebbene non sia inutile, senza avere allo stesso tempo una visione complessiva che fa da sfondo, è come spalare merda a valle di una porcilaia i cui residenti stanno costantemente a nutrirsi con picchi d'ingozzamento e conseguente aumento fecale. Senza una visione globale dell'intera questione che ci riguarda tutti da vicino — la nostra probabile estinzione — non si cava un ragno dal buco e faremo la fine dei lemming. Dopotutto pare che deriviamo, così asserisce la genetica, da un toporagno e se non ci ravvediamo subito faremo la fine di quei roditori di cui si dice si suicidino in massa (nel loro caso si tratta più di una leggenda che di realtà).

La nostra casa, la Terra, sta bruciando. Continuiamo a cincischiare se è meglio usare acqua salata o piuttosto quella dolce per spegnere l'incendio? Come direbbero i Testimoni di Geova: Svegliati! Infatti sono soliti suonare il campanello la domenica mattina magari dopo che uno ha passato un sabato sera a far le ore piccole e col cervello in pappa al rientro domestico.  Joe, ragazzo non testimone genoano, avrebbe detto invece “torna a casa, Lassie!”. Mi rendo conto che le mie facezie possono distogliere l'attenzione dalla gravità del problema che ci alita sul collo e ci striglia per bene; cosa volete farci? se devo morire prima dello scadere per mano di altri miei simili fin troppo intelligenti ma disumani, perché togliermi la goduria di poterci scherzare sopra ben cosciente della tragicità dell'intera faccenda?


Alla prossima, se ci saremo ancora. Scusate il ritardo.

venerdì 4 agosto 2017

come essere felice senza volerlo

Chi può dirsi felice? Chi ha dei gran soldi? Ne dubito. Ho conosciuto personalmente un paio di persone ricche che si sono suicidate. Durante il periodo di depressione, vissuto pochi anni or sono, in cerca d’informazioni sullo stato d’animo che mi ha attanagliato per circa due anni, su Internet ho perfino trovato un club esclusivo i cui membri erano tutti depressi oltre che straricchi. Ok, nemmeno la miseria di per sé potrà fare la felicità di una persona, ma almeno costei ha l’urgenza di sbattersi per trovare di che sfamarsi e difficilmente potrà cadere in una depressione mentale, avendo ben altro a cui pensare. Ho il sospetto che quei ricchi che dicono di soffrire di depressione in realtà soffrono di una noia senza fondo. Quando hai tutto e puoi soddisfare qualsiasi desiderio su due piedi o seduta stante senza alcuna fatica, arrivi ben presto alla saturazione del piacere. Da qui il pungolo a procurarsi esperienze sempre più spinte farcite d'adrenalina o ad appagare desideri inconfessabili ai comuni mortali, fuori da qualsiasi regola socialmente stabilita. La differenza dai drogati viene così annullata.

È mai possibile essere felice in un mondo d’infelici? Per essere felice uno deve aspettare che lo siano prima tutti gli altri? È probabile che siano domande senza un fondato senso e così fosse non vale certo la pena cercare una risposta. Contrapporre l’uno (il singolo essere umano) a tutti gli altri (il resto dell’umanità) non ha alcun significato. È necessario ridurre il raggio d’azione poiché per quante persone possa incontrare durante l'intera vita non avrò certo il piacere di conoscerle tutte. Morale della favola: per essere felice è sufficiente trovarsi a proprio agio con chi ci sta intorno, specie quelli a noi più cari. Naturalmente, non con tutti quelli che conosciamo abbiamo un rapporto equilibrato, razionale, amichevole, rilassato, ma questo fa parte della vita. Senza scontri (non-armati), litigi, ostacoli, intoppi, deviazioni, errori, come diavolo faremmo a crescere mentalmente ed evitare quindi di ripetere gli stessi sbagli o riparare alle nostre manchevolezze? Se c’è il bello c’è anche il brutto, vedi il tempo metereologico, ad esempio. Domani è incerto, potrebbe splendere il sole come potrebbe pure venire giù il diluvio. Chi desiderasse soltanto il Sole, prima o poi abbrustolirebbe al pari d'una nocciolina americana. A quelli invece, ben pochi in verità, che vorrebbero soltanto giorni uggiosi e cupi, oggi come ieri, propongo di emigrare su un’isolotto e crearsi una mega-nuvola fantozziana stabile e perenne sulle loro teste.

Quali sono gli ingredienti essenziali per essere felice? È una bella domanda a cui vorrei dare un’altrettanta bella risposta. Vediamo cosa riesco a combinare. Se, come abbiamo visto, l’avere molto denaro di per sé non dà la felicità, ciò significa che nessun altro bene materiale (o spirituale) la può dare poiché altrimenti basterebbe comprarlo. A sua volta questo significa che la felicità non si può acquistare contrariamente alla soddisfazione. La si può forse cercare? No! se ci atteniamo a chi ha visto giusto più di quanto io possa mai fare (un tocco di falsa modestia, oibò). Ciò ci permette di fare un altro passo avanti e asserire che la felicità arriva quando meno te l’aspetti; in altre parole, non è un fine raggiungibile deliberatamente, con un qualsivoglia sforzo di volontà. Il che vuol dire che il processo attraverso cui la felicità s’acciuffa è sostanzialmente inconscio (spontaneo / che accade di per sé / dalle modalità del tutto naturali): quei momenti —brevi o espansi — in cui siamo felici, non sappiamo di esserlo. Se mentalmente ripercorrete il vostro passato potete constatare voi stessi che i momenti più belli (felici) sono stati quelli accaduti per caso, non-cercati, non-voluti.

Il primo ingrediente per la ricetta della felicità ce l’abbiamo: non va cercata né desiderata. L’altro ingrediente essenziale, sempre stando a chi ha il boccone in bocca mentre gli altri pendono dalle sue labbra, è che la felicità è un derivato, un sottoprodotto.

Intervallo:
Ok, disse Ben Hora, ma un derivato de che? Un sottoprodotto de che?
Socratema di Girotondo gli rispose: Se te lo dicessi che gusto ci sarebbe? Devi scoprirlo te stesso, non c’è altra scelta.

Se mi accontentassi della risposta di Socratema, il post potrebbe benissimo terminare qui e ora. Se continuo a scrivere è perché, evidentemente, sono tipo difficile da accontentare con le parole.

Avanzando in modo logico, che non è necessariamente quello migliore, potrei dire che se la felicità è un sottoprodotto allora bisogna individuare, come giustamente osservava Ben Hora poc’anzi, la matrice da cui scaturisce. Forse sarebbe più esatto dire caleidoscopio al posto di matrice. In via intuitiva e provvisoria, immagino sia necessario accordare in sé entrambi i lati del proprio essere: quello chiaro, esposto alla luce del sole, razionale, coerente, educato, e quello oscuro — che mai potremo conoscere del tutto —, che talvolta prende il sopravvento in quei momenti di squilibrio, di scoordinamento delle funzioni mentali e del movimento. In termini religiosi, forse più semplici ma pur sempre in-definiti, potremmo dire che è necessario combinare l’angelo e il diavolo che sono in noi. La storia è piena di testimonianze in cui persone considerate “per bene” (angeliche) si sono trasformate in feroci assassini. Per converso, altrettanto numerosi sono i casi in cui il “poco di buono” (uno pseudo-diavoletto alla Maxwell) si è dimostrato così altruista da rischiare la propria vita per salvare quella di un altro. Ciò avvalora la tesi che è la situazione a plasmare il comportamento dell’uomo? Può essere ma potrebbe anche essere altrimenti. Se fosse soltanto la situazione la causa del nostro agire, ciò significa forse che siamo in balìa degli eventi? Faccio fatica a crederlo. Che sia la situazione a determinare (indirizzare calzerebbe meglio) il comportamento posso accettarlo, ma non accetto che sia l’unico fattore a concorrere. La risposta dipende anche dall’individuo a cui capita la tal esperienza ed è lui stesso che alla fin fine deciderà in base al suo grado di sviluppo/coordinamento fino a quel momento raggiunto. Poco sviluppo equivale a basso livello di risposta che risulta in uno scarso impatto sulla realtà; alto sviluppo significa rispondere appieno all’esigenza di quella determinata situazione attraverso un fattore di coordinamento sia cognitivo sia emotivo che motorio.

In breve, è necessario conoscersi piuttosto bene, essere sufficientemente informati di come gira il mondo, che a sua volta implica saperne sull’eredità del passato umano (la Storia nel suo senso più ampio) e mantenersi vigili, attenti e pronti, sebbene nulla impedisca di sgarrare a tali requisiti di tanto in tanto. Questa dura disciplina se non è controbilanciata da un senso di leggerezza, autoironia, un “non prendersi troppo sul serio” (quantomeno non sempre), può condurre allo scassamento di palle nei riguardi degli altri o all’intolleranza verso di essi nel peggiore dei casi.

Tirando le fila ma non ancora le cuoia, qualora conduciamo una vita libera da costrizioni e gabbie mentali, stimiamo chi ne è degno — il che implica esserlo a propria volta — amiamo ciò che facciamo, nutriamo un senso di vicinanza per ogni forma di vita, sebbene alcune di esse finiranno sotto i nostri denti (se ancora ne abbiamo), e camminiamo sulla faccia della Terra in un abbraccio che avvolge ogni cosa, solo allora scaturisce la felicità in quanto sottoprodotto di tutto ciò che l’ha preceduta e le ha permesso di manifestarsi, a nostra insaputa, sia chiaro. Della felicità se ne può sapere qualcosa solo dopo che è finita.

E vissero scontenti e tuttavia felici.


giovedì 20 luglio 2017

Vivere o sopravvivere?

Va da me (non da sé) che io sono per il vivere. Sopravvivere, sicuramente, permette di continuare ad esistere, anche nel caso si fosse costretti a condurre una vita di merda o colma di disgrazie e sfortuna. Però io a determinate condizioni non ci sto e piuttosto che sopravvivere preferisco morire. Gli esempi che potrei fare sarebbero molti; basti pensare, ad esempio, all'eventualità di essere colpiti da un male incurabile in cui l'alternativa è rimanere attaccati ad una macchina o essere costretti ad assumere quantità cospicue di farmaci (con effetti collaterali annessi) o dover sottostare a continui interventi medici o chirurgici. Che razza di vita sarebbe? Preferirei lasciarmi andare, non interferire più col corpo ed entrare nella "casa della morte" il più naturalmente possibile. È sottinteso che mai mi sognerei d'imporre la mia visione o "scelta di vita" ad altri. Quando si tratta di come condurre la propria esistenza — compresa la propria morte — è sacrosanto e imperativo che vi sia il più ampio spazio di libertà nelle regole sociali per poter decidere in tutta coscienza e autonomia. Come io non pretendo d'imporre a nessuno di fare come me, così gli altri dovrebbero fare altrettanto, ossia non obbligarmi ad assumere il loro punto di vista e relativo comportamento. Se non lo fanno i casi sono due: o sono stupidi, ingenui o sprovveduti (opzione migliore), oppure sono furbetti, manigoldi, lestofanti, invasati o peggio.


Quanto detto fin qui porta a porsi la domanda su cosa io intenda per "condurre un'esistenza degna d'essere vissuta". Ci avete mai pensato? Scommetto di sì. Per una larga fetta di persone il successo sociale, la ricchezza e la notorietà sono sicuramente obiettivi per cui vale la pena lottare e vivere. All'elenco si può anche aggiungere il sesso, la salute e il divertimento per chi li ritenga obiettivi necessari. Dal canto mio, sono dell'idea che una volta soddisfatti i bisogni (davvero) primari — cibo, vesti e un tetto sulla testa — tutto il resto è un campo aperto ed esplorabile all'infinito. Naturalmente, anch'io ci tengo alla salute (di più) e al sesso (di meno); quanto al divertimento... ogni cosa ha il suo momento. Sono invece abbastanza refrattario al successo sociale, alla ricchezza e alla notorietà. Li vedo come aspetti del tutto secondari: se ci sono, bene, altrimenti se ne fa anche senza. Tuttavia, al primo posto, dopo i bisogni primari, io metto la comprensione di me stesso e di ciò che mi accade intorno. Non è solo un fatto intellettuale (o cognitivo che dir si voglia), poiché implica necessariamente anche un lato emozionale, che potremmo più o meno definire come "sentimento oceanico" simile a quello di cui parlava il signor Sigmund Freud, qualora si giunga ad un certo grado di feeling con l'ambiente circostante.


Per rendere le cose più semplici e tendere allo stesso tempo a ciò che voglio dire, immaginiamo di essere tornati a scuola e rivivere idealmente quel periodo di beata (ce lo si augura) gioventù. Ad un certo punto il prof inizia le interrogazioni su ciò che si è studiato i giorni precedenti. Chiama uno di quelli considerati secchioni o "so tutto io". Costui gli sciorina tutta la pappardella imparata a memoria non dimenticando, giammai, di citare parola per parola brani del libro su cui si è esercitato con tanto zelo. Ottimo!, dice il prof. Ed ora tocca a... e chiama uno di quelli definibile 'outsider', 'borderline', strambo, strano, bizzarro, figlio dei fiori, beat, hippy, mistico agnostico, eccetera. Costui — se non è troppo 'fatto', brillo, gasato e né è preda di un fervore religioso in cerca di proseliti, né giace rapito ad occhi aperti nel viaggio del tutto personale in un mondo di propria invenzione —, potrebbe stupire prof e compagni di classe nel parlare a "ruota libera" impugnando però, allo stesso tempo, saldamente i freni inibitori per non deragliare dalla "retta via", ossia l'argomento oggetto dell'interrogazione. Con parole sue — ponendole compiutamente, coerentemente e creativamente una dopo l'altra, aiutandosi con brevi pause intercalate—, in men che non si dica potrebbe riassumere l'argomento studiato dando rilievo ai punti (o nodi) centrali e magari aggiungere un'osservazione acuta sull'intera faccenda.
Chi, secondo voi, tra i due, sta vivendo in quel frangente particolare della sua vita un momento degno d'essere vissuto? Il secchione tutto testa (dal collo in sù) oppure cavallo pazzo? È del tutto lecito raffigurarsi la vita come una serie consecutiva di momenti, la cui durata e intensità è variabile a seconda della situazione e della persona che la vive. Da una prospettiva meramente statistica, che appartiene al "regno del quantitativo", si può dire che una buona vita sia quella in cui i "momenti degni" sono superiori di numero a quelli 'indegni', tra cui figurano i momenti piatti, insapori, inodori, incolori.


L'essere umano e le sue relazioni sono una faccenda molto complessa. 'Complesso' non equivale a 'complicato'. Come la scienza (quella più recente) ci fa sapere, la complessità implica che i fenomeni (complessi) vadano affrontati anche e soprattutto da un punto di vista 'qualitativo' e non solo 'quantitativo'. Nel campo della complessità c'è rimasto ancora molto da fare; ad esempio, potremmo prendere quella del cervello/mente umano/a. Uno degli errori più stupidi e spesso nocivi — cosa che abbiamo ripetuto più e più volte nel corso della nostra storia, da quando abbiamo acquisito determinate facoltà come il linguaggio, l'astrazione, il simbolismo, eccetera — è ritenere di essere arrivati a comprendere la verità finale su qualcosa, in primis su "cose viventi". A prescindere dal grado d'immodestia di una tale affermazione, resta il fatto che il lato peggiore di questa presunzione è che si smette d'imparare... dal 'dinamico' si passa allo 'statico', le idee si fossilizzano e s'irrigidiscono, la mente si atrofizza sempre più e siamo pronti per la tomba sebbene possiamo continuare a sopra(vivere) fino alla scadenza ultima e definitiva del corpo.


In sintesi, affermo che il gusto della vita, la sua ragion d'essere, è scoprire e sperimentare al più alto grado in nostro potere questa immensa varietà e complessità che siamo noi stessi e ciò che ci circonda. Ciò significa vivere ogni momento come fosse l'ultimo. Sì, proprio così! Se il medico di cui vi fidate vi dicesse che resta poco tempo da vivere cosa fareste? Vi lascereste forse prendere dallo sconforto così da gettare via anche quest'ultima possibilità o piuttosto assaporereste fino all'ultima goccia il profumo unico e irripetibile dell'esistenza momento per momento in ogni suo aspetto e circostanza? In un senso molto reale, nessuno può sapere il momento in cui morirà, nemmeno se avesse uno stile di vita sano e salutare. Può succedere tra un anno, tra dieci, tra cinquanta... oppure anche domani, vuoi per un incidente o per mano d'altri. Non è possibile saperlo, né riguardo a sé stessi né riguardo ad altri. Ecco perché ha senso vivere appieno fin da subito ogni momento-presente, con cura per ogni cosa, attenta osservazione, ricettività, sensibilità, spirito lieve. Come diceva non ricordo chi (poco importa, se non riguardo ai miei vuoti di memoria): «Il mistero della vita non è un problema da risolvere ma una realtà da sperimentare».

I miei saluti calorosi, estivi per l'appunto.


Ps. Ringrazio PV per le vignette.

venerdì 7 ottobre 2016

Conviene raccontare palle?

Mentire, raccontare palle ha il suo perché e per come. Del perché lo vedremo a breve, del per come è una faccenda che lascio volentieri fare al singolo individuo, dato che è la varietà ad essere uno dei cardini principali della vita.


La mia idea al riguardo, in linea di massima, è che raccontare palle non conviene, per vari motivi. Essenzialmente perché comporta un dispendio di energie mentali in termini di doversi ricordare che quella cosa detta era una palla e quindi, per continuare a reggere il gioco (cioè essere credibili), è necessario avere buona memoria e dire cose che non entrino in contraddizione con la palla raccontata poco fa, ieri, o molto tempo addietro. Più passa il tempo e più aumenta la probabilità di scordarsi i connotati della palla raccontata. Una vera fatica! Al contrario, essere sinceri non richiede affatto di avere chissà quale prodigiosa memoria (cosa, questa, che solo il computer può reclamare come sua caratteristica peculiare) poiché non c'è modo di smentirsi agli occhi altrui. Ciò che si è detto sinceramente continua a filare dritto -nessuna contraddizione- nonostante il tempo che passa.

                    




Con ciò voglio forse dire che non bisogna mentire mai? Giammai! Esistono sicuramente casi/situazioni in cui è molto meglio mentire, specie in quei casi in cui ne va della nostra vita o di chi ci è caro più di ogni altra cosa. Gli esempi possono essere innumerevoli e lascio a voi il piacere d'immaginarne qualcuno. Nel caso non aveste questa capacità d'immaginazione/fantasia, mi spiace, ma avete dei problemi che fareste bene a prendere in considerazione.


A proposito del dire menzogne, mi sovviene uora uora una storiella del buddhismo zen in cui il maestro chiede al discepolo, sotto esame, se fosse stato capace di mentire. Questi, sorpreso dalla 'strana' domanda del maestro, rispose che mentire sarebbe stato contrario all'etica di un monaco. Al che il maestro replicò al discepolo di tornare per l'esame solo quando fosse stato capace di dire bugie.




Raccontare palle va benissimo anche quando si vuole giocare o scherzare prendendo in giro qualcuno. Non c'è nulla di male se il gioco/scherzo non è offensivo o lesivo per la 'vittima'. Anzi, saper raccontare palle può diventare un'arte se fatto coi dovuti crismi. Saper imbastire una palla che sia credibile e lasci allo stesso tempo piacevolmente sorpreso/interdetto l'interlocutore è cosa che in pochi sanno fare. Il maestro zen di poc'anzi aveva ottime ragioni per rispedire al mittente il discepolo che non sapeva raccontare bugie ritenendole contrarie all'etica della vita monastica.


Riassumendo, si può dire che conviene essere sempre sinceri salvo quei casi -questioni di vita o morte o situazioni ricreative/ludiche- in cui raccontare palle è più appropriato alla situazione corrente (attenti alla scossa che potrebbe essere in circolo).

     

I miei saluti a voi tutti, pochi o poco più che siate.

ps. le immagini sono state prese sul web digitando "vignetta sulla menzogna" nel campo ricerca.