giovedì 15 febbraio 2018

la faccia tosta dei politici

Farò riferimento ad alcune notizie attuali. Cominciamo dall’estero.

Dall’America giunge la brutta notizia dello studente diciannovenne che ha fatto fuori, tra insegnanti e altri compagni di studio, ben diciassette persone e altre versano in cattive condizioni. Il telegiornale di Rai news c’informa inoltre che ogni sessanta ore avviene una sparatoria sul suolo americano. Il presidente degli Stati Uniti, che deve ancora fare la sua dichiarazione sul caso dei 17 morti, fa comunque sapere che l’autore del massacro è uno squilibrato. Che razza di spiegazione è? Vuol forse farmi credere che se le armi non fossero così facilmente accessibili, il numero dei morti non diminuirebbe? Stiamo scherzando? Se lo studente “fuori di testa” non avesse avuto in mano un fucile — né altre armi da fuoco — sarebbe riuscito lo stesso a fare una strage? Con cosa? Con un bastone? A mani nude? Tutt’al più sarebbe riuscito a uccidere uno o due ma poi lo avrebbero fermato. Con un’arma in mano, invece, la dinamica prende tutta un’altra piega. È ovvio che il presidente difende le lobby delle armi — il giro d’affari è troppo allettante per lasciarlo perdere — e lui stesso è stato abbondantemente finanziato da esse per la sua campagna elettorale. Tutte le armi che le industrie costruiscono, a qualcuno bisognerà pur venderle, pena il fallimento di queste aziende. Questa logica è semplicemente folle. Togliamo la troppo facile accessibilità alle armi, riservandole solo a certi gruppi/persone (forze dell’ordine, militari e amanti del tiro al bersaglio) e vediamo se il numero dei morti non diminuisce. Io scommetto di sì.


Veniamo in patria. Il capogruppo grillino, a proposito dello scandalo sui parlamentari penta-stellati che non hanno restituito parte del loro onorario, si è scusato adducendo di aver sbagliato poiché s’era fidato della natura umana. Di quale “natura umana” sta parlando? Di quella penta-stellata o di tutti gli esseri umani? La sua spiegazione fa trasparire, come altre che ha dato, che tutte le brave persone, per qualche miracolo, sono confluite nei 5 Stelle e che le mele marce sono un’eccezione. Su quale pianeta vive? Da ciò che sentiamo ogni giorno dai telegiornali, è già da quel pezzo evidente che la corruzione investe ormai tutti i settori della vita, privata e pubblica. Non solo i ‘soliti’ malviventi, ladri, delinquenti, ma hanno beccato anche avvocati, giudici, imprenditori, poliziotti, carabinieri, preti, professionisti e altri ‘insospettabili’ con le mani in pasta. Come sempre, la differenza la fa l’individuo non il gruppo a cui appartiene.


Passiamo al centro, centro-destra. Il cavaliere c’informa che se dovesse vincere le prossime elezioni, tra le altre cose, metterà mano alla legge sulle unioni civili perché il valore fondante deve essere la famiglia. Di quale famiglia sta parlando? Mi risulta che ha divorziato e che non è stato certo un esempio di fedeltà coniugale. Quanto a faccia tosta, dovrebbe ricevere un premio.



Personalmente, sono stanco di ascoltare gli esponenti della classe politica, che io definisco sub-umani, a parte alcune eccezioni. Questa volta non potrò votare perché sono all’estero ma non credo affatto che il mio voto avrebbe fatto chissà quale differenza. Per fortuna le generazioni cambiano e confido in quelle nuove per portare aria fresca nelle nostre vite, pubbliche e private.

Buon viaggio.

lunedì 12 febbraio 2018

la voce interiore

C’è, all’interno di ognuno di noi una “voce interiore”? Esiste oppure è una bufala come certe mozzarelle? Coloro che dichiarano di aver ricevuto “la chiamata” dedicandosi poi al compito che si sono assunti-proposti, da chi hanno avuto “la soffiata”? Da una voce interiore, ci scommetterei. Coloro invece che parlano tra sé e sé, con chi parlano se non con una voce interiore? Ci torneremo sopra tra poco. Da diverse parti e fonti giungono notizie di persone che hanno dato una svolta radicale alla loro vita seguendo il loro ‘istinto’, l’impulso del momento, in seguito vagliato a menta fredda, lucida, a distanza di sicurezza dall’adrenalina fugace. Cosa può mai essere l’istinto se non una delle sfaccettature della voce interiore, quella legata al nostro lungo passato biologico?

Non sono solo i matti che parlano da soli. Più volte mi sono accorto, dopo un po’, che stavo parlando tra me e me. Molte altre persone soffrono di questa specie di malattia. Alcune se ne vergognano, altre no. Non ci vedo nulla di male né di particolarmente strano. All’inizio, questa abitudine alla voce interiore mi dava un po’ di grattacapi. Dev’essere stata questa una delle cause della calvizie incipiente. Nella nostra società, uno che parla tra sé e sé è visto un po’ o tanto come svitato. Per premunirmi dagli sguardi giudicanti mi è bastato parlare con me stesso in silenzio. Finché non viene scoperto e costruito un “lettore del pensiero”, la mia strategia è in una botte di ferro. L’aspetto che però più mi dava motivo d’inquietudine era quello psicologico.

Parlare con se stessi è un’arte al pari di tutte le altre, riconosciute o meno. Il pericolo del “discorso interiore” ha a che fare col concetto che abbiamo di ‘Io’. Quando parlo con me stesso, in silenzio o no, con Chi capperi sto parlando? È qui che s’annida o nidifica il tranello, la trappola per gli incauti. Esistono territori, fuori e dentro di noi, dove bisogna entrare in punta di piedi, pena l’insuccesso, se va bene, o la perdita di senno, del prima o del poi non fa differenza dato che viene perso. Il concetto che abbiamo di ‘Io’, influenza profondamente sia i nostri pensieri che le nostre azioni. Avere una scarsa dimestichezza con se stessi, con la struttura del proprio Io, espone a rischi di diversa natura, tra cui quello che c’interessa: la dissociazione mentale, l’andare fuori di testa, il perdere la trebisonda. In altre parole, chi si avventura nel viaggio dentro di sé (in compagnia della voce interiore), dovrà fare attenzione a non fraintendere l’esperienza cangiante, né gonfiando il suo Io di capacità o poteri ritenuti personali, né sminuendosi perché non ha ancora ottenuto ciò desidera.

Durante la gioventù, una ragazza di qualche anno più di me mi disse di fare attenzione ad entrare nei “territori della mente”. Era un’assistente sanitaria, stava dietro ai matti. Sapeva ciò che diceva. Ma io son testardo e pur facendo tesoro del suo avvertimento, non ho mai abbandonato l’abitudine ormai co-atta di parlare tra me e me. En passant, le sole volte che parlo da solo a voce udibile, è quando impreco contro qualcuno o qualcosa. Aiuta a sfogarmi e così cauterizzo momentaneamente la ferita, almeno per un po’ che poi può prolungarsi per un altro po’ fino a raggiungere un bel po’-po’ di tempo.

Da un punto di vista psicologico, la voce interiore è una parte di me stesso, ma pur sempre me stesso. Non è un doppio, un clone mentale, un alter- o basser-ego, o un omuncolo localizzato dietro il cervello che a sua volta sta dietro un pannello-comandi a dirigere ciò che devo o non devo fare. La voce interiore, per come la vedo io, è semplicemente una funzione (andrebbe bene anche finzione) mentale, e come tutte le cose di questo mondo, può essere presa e usata per il verso giusto o venir presa e distorta causando danno non solo a se stessi, nel caso migliore (si fa per dire), ma anche a chi ci circonda, nel peggiore.

Da dove nasce la voce interiore? Dal nostro vissuto, da tutte le esperienze che abbiamo fatto finora. Quante volte ci sarà capitato di tornare a casa — dopo aver trascorso una serata con l’amata/o, con gli amici o anche al ritorno dal cinema — e ripensare a ciò che ha detto lei/lui, quell’amico, o il personaggio in quella particolare scena del film. Anche questo fa parte della voce interiore. La voce interiore è come l’occhio di Dio: ovunque tu vada, essa ti vede e ti ascolta. Però non si limita a questo, ti parla anche, se tu sai ascoltare. Un messaggio spedito e giunto da non importa dove e da chi, per avere effetto-senso ha bisogno anche di qualcuno che lo riceva e sappia leggerlo, coglierne il significato.

Biologicamente abbiamo un lungo passato, non solo noi, anche tutte le altre forme di vita. Durante tutto questo tempo quanti esseri umani si saranno intrippati a parlare con se stessi, milioni e milioni, dai matti fino ai geni e ritorno. Tutta questa esperienza interiore è andata persa? Si direbbe di sì, a prima (s)vista. Richiama alla mente il quesito posto non so bene quanto tempo fa né da chi per primo: «Alla nascita, il nostro cervello è “tabula rasa” oppure c’è qualcosa di registrato nelle sue cellule?» Comunque la si pensi, ciò che conta è continuare a porsi domande. Le risposte, se non subito, verranno a suo tempo. Ma senza più domande che gusto ci sarebbe a stare al mondo? Sarebbe la nostra morte, la nostra atrofia cerebrale: giungere ad un punto in cui non ci sono più risposte perché abbiamo esaurito le domande. ‘Na tragedia.

La voce interiore può essere un potente alleato se si sa come prenderla. Bisogna darle retta e allora lei, a suo modo, che poi è il tuo, saprà ricompensarti dovutamente, non meramente ad un livello materiale. Quando dice “Non farlo!”, non lo devi fare. Quando dice “Alzati e cammina”, devi alzare le chiappe dal letto o dalla poltrona e andare a lavorare, a studiare, guadagnarti la pagnotta. Quando dice “Riposati, sei stanco”, devi filare a letto con o senza il bacino della buonanotte (il vasino, in via eccezionale, è ammesso). Quando dice “Aiutala!”, devi aiutare quella persona. Se te ne freghi, alzi le spalle e tiri dritto per la tua strada, la voce interiore non ti parlerà più finché non rimedierai, in un modo o nell’altro, alla mancanza di sensibilità dimostrata nel negarle aiuto. La voce interiore è come la morte: la sua parola è legge e, a quanto mi risulta, scrive anche.

mercoledì 7 febbraio 2018

ce la faremo o soccomberemo?

L’oroscopo di quest’anno dice che il mio segno andrà alla grande. Lo danno il favorito tra i dodici. Dovrei crederci? Se anche fossi un patito dell’astrologia dovrei comunque ridimensionare le mie aspettative visto che sono una cuspide. Tra i diversi libri di astrologia che ho consultato, in alcuni il mio giorno di nascita — 22 ottobre — cade nello Scorpione mentre in altri è l’ultimo giorno della Bilancia. Se dessi retta alla previsione di quest’anno per la Bilancia, mi aspetterebbe un anno di duro lavoro e magre consolazioni. Dovrei considerarmi Scorpione o Bilancia? Un fifty-fifty? Forse sarebbe meglio se l’oroscopo si limitasse a predirmi se scoperò oppure no. Tuttavia preferisco non saperne nulla e confidare nel caso, nella coincidenza, nel destino, nell’inaspettato.


Ma come siamo messi? A livello politico internazionale ci troviamo con un presidente degli Stati Uniti il cui motto, più volte ribadito, è: “America first”. Prima gli americani. Questo esemplare rappresentante di adulto, gioca ancora, alla sua età, al “ce l’ho più grosso io” con quell’altro bell’esemplare al comando della Corea del Nord. In casa nostra, in questo clima di elezioni, anche noi abbiamo alcuni esponenti politici che dichiarano: “Prima gli italiani”. A nome di chi parlano? Non di me di sicuro.

Affermazioni quali “America first” e “Prima gli italiani”, sono di chiara matrice razzista. Io faccio una netta distinzione tra ‘gruppo’ e individuo. Il gruppo, che può essere composto da due a migliaia di soggetti, è un’entità astratta, mentre la persona reale, fisica, in carne ed ossa, è soltanto l’individuo, il singolo. Si nasce soli e si muore soli, fino a prova contraria. Ne consegue che non ha senso giudicare le persone in quanto gruppi. È l’individuo che va giudicato per le proprie azioni, al di là delle differenze di razza, colore, cultura, religione o quant’altro. Abbiamo redatto per questo una Dichiarazione dei Diritti Universali dell’Uomo. Erano forse degli imbecilli o dei sprovveduti coloro che hanno fissato le norme universali a tutela di ogni singolo essere umano?

Ciò non significa che io non mi senta, a modo mio, fiero di essere italiano o che ripudio le mie radici. Tutt’altro. Se fosse possibile, sarei il primo a sostenere la continuità della tradizione, usi e costumi di un popolo, sempre che non siano in contrasto e d’intralcio ai nuovi sviluppi che via via maturano dall’agire umano: nuove ricerche, nuove scoperte, nuove teorie, nuove visioni, nuove sintesi, nuovi modi di relazionarci gli uni agli altri. Amo la diversità e più ce n’è meglio è. In definitiva, nascere in un determinato luogo è dovuto al caso e alle condizioni. Se, mettiamo il caso, i miei genitori si fossero trasferiti in America prima che io nascessi o in tenera età, sarei italiano o americano? Di sangue-Dna sarei senza dubbio italiano, ma come cultura ed educazione sarei di certo molto più americano. Tutte queste etichette sono secondarie. Prima cosa sono, siamo esseri umani, poi ci possiamo differenziare come più ci pare e piace a seconda di dove siamo nati, della cultura-educazione ricevuta e delle nostre peculiarità.

Il guaio in ciò che intendiamo per ‘gruppo’ e per ‘individuo’ è che spesso confondiamo i termini finendo così per fare certe affermazioni sul gruppo quando invece esse sono valide solo per il singolo e viceversa. Se dico che tutte le persone sognano o pisciano, l’affermazione è sicuramente valida sia per il gruppo che per l’individuo. Ma se dico che gli italiani sono ladri, ciò è vero solo in minima parte. Alcuni rubano ma tanti altri no. Questi esempi sono semplici ma possono essere resi complessi a piacere. In linea generale, è necessario non fare confusione su ciò che è valido per il gruppo e ciò che invece riguarda solo ed esclusivamente l’individuo.

Ed eccoci al titolo del post: ce la faremo o soccomberemo?

Molti, compreso alcuni scienziati, risponderebbero che le nostre possibilità di non-estinzione sono ridotte al lumicino. Potremmo chiamarla la falange realista-pessimista. Altri, come me, pensano invece che, nonostante i nostri difetti, mancanze e scempiaggini, riusciremo finalmente a costruire in un futuro — non troppo lontano, si spera — un mondo a misura d’uomo-donna, del singolo individuo, capace di sviluppare in pieno le sue potenzialità e possibilità. Un individuo cosciente e responsabile di dirigere il suo destino poiché educato alla e nella libertà d’espressione, che termina esattamente là dove confina con la libertà d’espressione del suo prossimo. Un mondo senza guerre, senza armi di distruzione di massa, senza violenza ingiustificata, dove non viene calpestata la dignità di nessun esser vivente. È un sogno grandioso, per alcuni impossibile. Il possibile è già a portato di mano ed è piccola cosa se confrontato a ciò che dapprima sembrava impossibile e poi si avvera. Se devo avere un sogno, tanto vale sia il più grandioso possibile, da non poter esser contenuto nemmeno in un cassettone. Se riusciamo a realizzare questo, ce la faremo, altrimenti... ciao, mia bella ciao.

Come tutte le predizioni sul futuro, anche la mia pecca di parzialità e non è di certo né vuol essere esaustiva. Storicamente sono stati rari gli indovini che ci hanno preso nelle loro predizioni, se mai sono esistiti. Già gli astronomi hanno problemi a calcolare l’evoluzione di tre corpi soggetti alla gravitazione universale. Il sistema è caotico, ossia imprevedibile — se ne può tracciare l’evoluzione solo per un lasso di tempo breve. Tre corpi nello spazio sono oggetti inanimati. Qui sulla Terra, noi soli siamo già oltre i sette miliardi. Se ci mettiamo tutti gli altri esseri viventi, moscerini e zecche inclusi, e tutti gli oggetti inanimati naturali e quelli costruiti da mano umana, i gradi di libertà (variabili indipendenti) schizzano ad una cifra spaventosa. Scrivere un’equazione che tenga conto di tutte queste variabili indipendenti è, per ora e probabilmente per sempre, fuori discussione, anche disponendo di mega-calcolatori. Questo è un motivo semplice per dire che nessuno è profeta in patria, figuriamoci all’estero.

giovedì 25 gennaio 2018

il diavolo sta nel dettaglio

Bella frase, carica di significato. Quasi certamente l’avete sentita o utilizzata anche voi in qualche occasione, forse per caso, da qualche vostro amico o conoscente, oppure vi ci siete imbattuti leggendola da qualche parte, in un libro o mentre surfavate su internet. È una frase talmente carica di significato da essersi accasciata al suolo per il troppo peso perdendo così gran parte del suo charme. Povero diavolo!

Stando così le cose, m’assumo la responsabilità, ed il rischio, di prendere le difese del diavolo auto-eleggendomi suo avvocato d'ufficio. Non dovrebbe destare alcuna meraviglia, dopotutto, in particolare nei credenti, visto che nei nostri tribunali ‘umani’ abbiamo avvocati difensori al servizio di chiunque, anche del più efferato criminale, del serial killer, dello stupratore di bambini o chiunque si sia macchiato di crimini contro l’umanità.

La facoltà della ragione — per quelli coscienti d’averla e l’usano —, una delle nostre maggiori conquiste in quanto razza umana, ci viene a dire che per dare prova di aver capito qualcosa, ad esempio la frase oggetto di questo post, bisogna esporre alcuni esempi pratici, connessi al mondo reale, da cui risulta evidente ad occhi altrui in qualità di osservatori, che il soggetto sotto esame ha davvero capito il significato della frase, “il diavolo sta nel dettaglio”, nel nostro caso. Per completare il cerchio, sapendo che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, mi ci attengo dando gli esempi (le pentole) ma non la loro spiegazione-risultato (i coperchi).


1º esempio [il diavolo è abbastanza-piuttosto evidente].
Decido di partecipare ad un incontro pubblico il cui oratore è un leader spirituale più o meno famoso. Noto che porta con sé sotto-braccio un mazzetto di fogli scritti. Alcuni minuti dopo che la guida spirituale ha iniziato il suo show, mi rendo conto, con vivo disappunto, che invece di parlare “a braccio” si limita a leggere le pagine che ho notato al suo ingresso in sala. Terminato tutti i fogli, gli viene portato da un addetto-galoppino un altro foglio su cui stanno scritte le domande del pubblico a cui lui deve rispondere.
Domanda spontanea: «dove sta il diavolo, nel dettaglio?»
Risposta: ?

2º esempio [il diavolo è semi-celato].
Sono all’estero per una meritata e sudata vacanza. È una bella giornata, soleggiata con sporadiche folate di vento. Sull’autobus diretto alla mia prima tappa faccio conoscenza del mio vicino che occupa il posto accanto al finestrino. È un giovanotto, atletico, ben scolpito. Dopo un po’ che il ghiaccio s’è sciolto e la cautelativa diffidenza iniziale ha lasciato il posto ad una piacevole e fila-liscia conversazione, mi dice d’essere italiano anche lui. Continuiamo a chiacchierare finché non giungo a destinazione. Mentre lo guardo prendere il bagaglio, lì ritto in piedi di fronte a me, abbassando lo sguardo mi accorgo che porta i calzini sotto i sandali. Ci salutiamo con una stretta di mano e la speranza di poterci rivedere un giorno per caso o per destino.
Domanda quasi spontanea: «dov’è quel briccone del diavolo?»
Risposta: ?

3º esempio [il diavolo è ben nascosto... ma non è detto].
Incontro un amico che non vedo da quel pezzo. Mi racconta che s'è sposato, ha due pargoli, un buon lavoro che lo soddisfa e che da qualche anno ha iniziato ad interessarsi d’informatica. Con una punta d’orgoglio che traspare dal tono di voce leggermente più stridulo del suo normale, mi fa anche sapere di aver realizzato alcuni programmi, più per diletto che per fini pratici. Ora si dà il caso che anch’io, nel mio piccolo, ne so qualcosa di computer e programmazione. Per gioco, decido di mettere alla prova, a sua insaputa, la conoscenza effettiva — non solo supposta, che sappiamo tutti da che lato va presa — che ha dell’argomento, rivolgendogli alcune domande sia di carattere tecnico che teorico formulate nel gergo più colloquiale possibile per non destare in lui sospetti che potrebbero fargli intuire la mia intenzione di metterlo “sotto esame”. Le sue risposte mi sembrano convincenti e pertinenti ma decido tuttavia di proseguire nella pantomima e gli chiedo se per caso conosce il problema del “Dilemma del prigioniero”. Risponde di sì, aggiungendo d’aver tentato di risolverlo e d’esserci riuscito adottando una complessa strategia, rea di avergli rubato molte ore di sonno oltre che avergli procurato una grossaGrassa soddisfazione personale, di stampo intellettuale. A questo punto gli chiedo, né potrei esimermi dal farlo, se ha mai sentito parlare di “Pan per focaccia” (vedi post precedente). Mi guarda sorpreso, mostrando un leggero smarrimento negli occhi, come se gli avessi fatto una domanda del tutto futile perché fin troppo scontata. "Certo che so cos’è, ci ho anche giocato contro ed ho vinto" risponde l’amico. A quel punto non ce l’ho più fatta a trattenermi e sono scoppiato in una risata sguaiata ma ben avvolta in una coperta di benevolenza continuando a ripetergli, tra un singhiozzo e l’altro d’ilarità, “ma dài, ma dài, cosa mi dici mai...”.
Domanda diretta, senza peli sulla lingua e tantomeno nell’uovo: «dove giace — disteso supino pronto per la consueta seduta di psicanalisi — il diavolo?»
Risposta: ?


Intervallo d’alleggerimento pesante.
Non ci sarebbe nulla da ridire, ancor meglio se fa'ppure ridere, se qualcuno qualificasse i tre esempi definendoli pacchiani-grossolani. Essendo il sottoscritto d’aspetto e indole mingherlina, arrivo si e no a 54 chili, per di più trovandomi a mezzo chilometro dalla Ghirlandina ben nota per la sostanziosa cucina e il gusto del 'grasso', lo prendo come un complimento, va' mo là, purché tu poi prima o poi torni qua.


Uscita-finale grossomodo, con l'aiuto dell'ortolano.
Come mai ho preso le difese del diavolo? Perché da questi tre esempi sempliciotti e cicciotti risulta evidente che è proprio Grazie al diavolo situato nel dettaglio che siamo in grado di smascherare i truffatori, chi si vuol fare beffe di noi, coloro che menano il can per l’aia, chi paventa di saper far bene qualcosa senza averne capacità e/o credenziali, chi predica bene e razzola male, coloro che, e sono tanti, promettono mari e monti e poi ti portano dietro il cortile di casa ad innaffiare l’orto mentre ti dicono come farlo scaccolandosi il naso col mignolo,  l’unico dito che gli permette ancora l’ingresso nelle nari in cerca delle ultime caccole di petrolio, ecc., ecc., etciù! Salute! Grazie.


ps. il 2° esempio mi è stato fornito dalla compagna-consorte-moglie. A caval donato non si guarda in bocca, non solo lì, quantomeno.

martedì 23 gennaio 2018

cyberbullismo e m’attacco

Qualcuno di voi (spero non tanti), ha forse subìto attacchi — con parole pungenti, taglienti, offensive — da parte di qualcuno/a sul web. Ne ho fatto esperienza anch’io (ne parlerò di striscio verso la fine) così come mi sono permesso, a mia volta, di sferrare il mio personale attacco contro qualcuno/a. Non che ne vada particolarmente fiero, ma tant’è, la frittata è stata fatta ed è inutile cercare di ricomporla in ciò ch’era prima, un paio d’uova con tanto di guscio. Se rivangare il passato può aver senso, allora dovrebbe anche farci smettere di compiere talune azioni magari frutto d’un impetuoso e momentaneo rigurgito di rabbia o, molto peggio, d’una vendetta a lungo covata e poi esplosa bella carica di veemenza.

Se me la son presa quando è stato il mio turno di ‘vittima’? Alla grande che me la son presa, me la son proprio legata al dito, sebbene non tutte le volte. Come la maggior parte di noi, non importa dalla cultura cui proveniamo, ad un attacco reagisco di solito secondo il detto-motto “occhio per occhio, dente per dente”. Questa è una delle ragioni principali per cui il mondo va’ — scusate l’espressione animalesca — “alla cazzo di cane”. Non pare anche a voi, suppongo della mia stessa cultura, che se la maggior parte delle persone applicasse invece ciò che disse Gesù nel Discorso della Montagna — “porgi anche l’altra guancia a chi ti schiaffeggia” — il mondo sarebbe certamente un posto più tranquillo e gioioso?

Purtroppo, da tempo incalcolabile siamo stati così pesantemente condizionati a reagire in quel modo, da esserci penetrata fin nelle ossa l’abitudine a rispondere di getto con sgarbo a chi ci fa un torto o perfino una critica. Chi ci salverà da noi stessi se non noi stessi, singolarmente parlando? È un problema comune a quasi tutti e ci riguarda tutti: imparare ad agire senza lasciarsi travolgere né intrappolare dalla foga emotiva scatenata dall’insulto-offesa ricevuto. Più facile a dirsi che a farsi. Eppure, per chi fa sul serio, è un compito inderogabile e quantomai urgente visto anche i tempi che corrono. Un aiuto-suggerimento ce lo può dare il campo scientifico, facendoci notare che, il più delle volte, è sufficiente ritardare la risposta: non reagire immediatamente alla ‘provocazione’ ritardando di alcuni secondi (il tempo d’attesa può essere prolungato a piacere) la ‘risposta’. In tal modo, sostengono gli scienziati, il cervello ha il tempo necessario per assorbire l'urto e dare così una risposta più ‘congrua’ allo stimolo punzecchiante dell’ape Maya di turno. Comunque. non sempre è opportuno far leva su questo ritardo nella risposta, ad esempio in tutti quei casi in cui, per la nostra incolumità, conviene, potendolo fare, darsela a gambe levate. Un'altra possibile e spesso efficace strategia di risposta è ignorare deliberatamente l'offesa (il top sarebbe farlo "a cuor leggero") lasciando sguazzare nel suo brodo primordiale il soggetto offensivo.

Restiamo in campo scientifico, quello della “teoria dei giochi”. Anni fa si è svolto un concorso il cui obiettivo era trovare la migliore strategia per risolvere il problema del “Dilemma del prigioniero”. Tra tutti i programmi per computer presenti, ha vinto “Pan per focaccia” (https://it.m.wikipedia.org/wiki/Tit_for_tat). Vi ricorda qualcosa?
Per non creare fraintendimenti o imprecisioni nell’esporre il “Dilemma del prigioniero”, copio-incollo paro-paro dal libro L’importanza di essere «fuzzy»:

Il dilemma del prigioniero è stato usato dagli psicologi per studiare il comportamento umano in situazioni riguardanti alternative cooperazione/tradimento, e dagli studiosi di scienze politiche interessati nella dinamica dei conflitti internazionali. Varie strategie di gioco sono state messe in competizione in tornei computerizzati, e quella risultata vincente è di una semplicità disarmante: si tratta di «pan per focaccia». Si comincia giocando la carta S della cooperazione, e poi si gioca sempre quello che l'avversario ha giocato la mano prima, ricompensando la cooperazione con la cooperazione, e punendo il tradimento con il tradimento. Questa strategia è risultata vincente in un concorso organizzato nel 1979 da Robert Axelrod, uno studioso di scienze politiche ed esperto nella risoluzione dei conflitti alla University of Michigan. Le sessantadue strategie in gara, alcune veramente intricate, erano state inventate da esperti di teoria dei giochi, fanatici dei computer e professori in varie discipline scientifiche. Per sicurezza fu inclusa anche la strategia casuale, che sceglieva S o T con uguale probabilità. Tutte vennero battute dall'umile «pan per focaccia» proposta dal matematico Anatol Rapoport.

Be’, niente male, no? A me sembra ‘na Via di Mezzo tra l’«occhio per occhio,..» e la «porgi anche l’altra guancia...».

Inizio strascico. Durante l’ultimo periodo della mia partecipazione come membro in una mailing-list sono stato preso di mira da un altro membro, in forma anonima, essendo possibile scambiarsi anche messaggi senza far sapere il mittente al recapitante. A mio modo di vedere, tale comportamento da parte dell’anonimo era del tutto sleale — ha dimostrato codardia o coraggio? — e questo è essenzialmente il motivo per cui me la sono presa fino ad annullare, alcuni mesi dopo, la mia iscrizione alla mailing-list dopo circa un paio d'anni di permanenza. Fine strascico.

Codardia e coraggio. Il cyberbullo a quale dei due sostantivi si rifà? Malmenare qualcuno in gruppo è una dimostrazione di coraggio o di viltà? Non ha molta importanza per voi cosa ne possa pensare io, mentre ne ha molta ciò che ne pensate voi poiché vi riguarda, è la vostra vita non la mia. È pacifico, preferirei atlantico, che ognuno risponde delle proprie azioni, abbiamo per questo creato tutta una serie di leggi nonché istituzioni quali i tribunali e le prigioni. Ma bastano le sole leggi a far “rispettare l’ordine” di convivenza civile? A quanto pare no. Per quanto limiamo, riformiamo, rappezziamo le nostre leggi, comunque necessarie, l’ondata di violenza d’ogni genere e tipo non s’arresta salvo qua e là o per brevi pause. Se mi metto in testa di salvare altri devo prima salvare me stesso. Devo prima giocare la carta S con me stesso. Fatto ciò risponderò giocoforza sempre con un’altra carta S. Diventa un loop (virtuoso direi). Non vi pare?

lunedì 22 gennaio 2018

il significato delle parole

Giocare con le parole è sicuramente uno dei tratti caratteristici della mia personalità. Che poi mi venga più o meno bene è cosa di relativa importanza. Sono senz’altro esistite persone che sono riuscite a farlo meglio di me, ne esistono tutt’ora e ne esisteranno in futuro com’è vero che un giorno o l’altro dovrò dire addio anch’io a tutto-tutti. Parimenti, sono esistite, esistono ed esisteranno persone che con le parole poco ci azzeccano e sarebbe meglio ciarlassero meno ed ascoltassero di più. In definitiva, ciò che mi spinge a giocare con le parole, a parte il divertimento che mi procura, è, manco a dirsi, sottolinearne l’intrinseca relatività. Non so se vi è mai capitato di ripetere consecutivamente una data parola. Dopo un po’ che la si ripete ad un tratto essa perde il suo significato portando con sé una ventata di ilarità. Provare per credere come diceva l’Aiazzone di passata memoria televisiva. Inoltre, come molti di noi sanno, ad una stessa parola vengono dati significati e sfumature differenti accompagnati da contenuti emotivi che variano a seconda del soggetto che utilizza quella parola. Parole come ‘amore’, ‘nazione’, ‘democrazia’, ‘libertà’, ‘Dio’, ‘famiglia’, ‘giustizia’, ‘bene’, ‘male’, ‘mistico’, solo per citarne alcune, hanno per ognuno di noi un significato e un risvolto emotivo differente. È piuttosto raro, purtroppo, imbattersi in qualcuno che dà il nostro stesso significato ad una certa parola e prova più o meno ciò che proviamo noi a livello emotivo nel pronunciarla. Da questa diversità di associazioni col “contenuto” di certe parole derivano incomprensioni, malintesi bisticci e pasticci (quanto ai bignè, manco a parlarne).

È fuori dubbio che la diversità, la ricchezza delle associazioni che diamo ad una determinata parola sia un fattore positivo, ma è anche fuori dubbio (dentro certezza) che se vogliamo comprenderci l’un l’altro è necessario accordarsi (o sottintendere) che stiamo stando lo stesso significato a quella parola nonostante le diverse sfumature cui possiamo appioppargli (o accipressargli). E perfino il contenuto emotivo associato ad essa, pur non essendo né potendo essere del tutto uguale tra due esseri che comunicano, dovrà comunque viaggiare sugli stessi binari e nella stessa direzione se vogliamo farne una questione di feeling. È proprio questa unità d’intento e significato accordata ad una certa parola che fa vibrare all’unisono le corde dell’anima dei due, presi a caso, coinvolti nel dialogo.

In effetti, come avviene che diamo un “certo significato” ad una data parola di cui non abbiamo letto la definizione sul vocabolario? (tra parentesi, non credo siano tanti quelli che si degnano di verificare sul dizionario il significato di parole già conosciute o sentite per la prima volta). Generalmente se ne estrapola il significato dal contesto in cui la si sente pronunciare. E non è detto che chi la utilizza abbia contezza del suo vero significato, quello riportato sul vocabolario, la nostra “prova del nove”, per così dire. Quindi, può capitare, eccome se capita, che per un tempo più o meno lungo ci portiamo dentro “convinzioni” associate ad una certa parola finché un bel giorno, che potrebbe anche non pervenire, non ci accorgiamo del “vero significato” di quella cazzo di parola e può capitare di mettersi a saltare di gioia o darsi una rilassata dopo tanto affanno oppure darsi dei coglioni per non esserci arrivati prima o, infine, con un sorriso sfuggente lasciare che il peso della vita lieviti fino a svolazzare come una piuma a mezz’aria sospinta dal vento.

Sappiamo fin troppo bene il danno che possono recare certe parole se interpretate in “senso deleterio”. In nome della parola ‘Dio’ sono state commesse atrocità e ingiustizie così come avvalendosi di parole quali ‘nazione’, ‘comunismo’, ‘capitalismo’, ‘sviluppo’, ‘progresso’ e via dicendo. Ovviamente le parole testé menzionate hanno anche un “significato positivo”, se intese nel loro verso giusto, appropriato. Il significato di ogni parola ha giocoforza i suoi limiti oltre i quali perde la sua ragion d’essere, dissociandosi dall’intento che le ha dato origine. Ed è esattamente ciò che è accaduto a certe parole nel corso del tempo. Vale sempre la pena, checché se ne possa dir o pensar, risalire all’etimologia di una determinata parola per noi pregna di senso ed osservarne i diversi significati assunti man mano nel tempo. Costa poco, tanto quanto sfogliare un dizionario o digitare il lemma senza alcun dilemma nel campo ricerca di un browser per navigare su internet. Chissà, potremmo perfino sorprenderci. Mi verrebbe da dire Amen! L’ho detto.

venerdì 5 gennaio 2018

se avessi un tumore...

Sta piovendo, non forte; minute goccioline danzano cadendo a tappeto sui tetti, sulle strade, gli ombrelli, le teste rasate, le teste pelate, sui vetri, lasciandosi scivolare fino ad incontrarsi infrangendo a modo loro la regola matematica dell’addizione: qui una gocciolina più un’altra gocciolina non fanno Due goccioline, ma Una sola goccia leggermente più grossa, una lagrima.

Questo tempo triste e cupo che non spinge ad uscire dalle quattro mura di casa — il caro rifugio per alcuni, una prigione dorata per altri — incita la mente, meno male, a prendersi sul serio una buona volta, forse.

Se avessi…, se avessi un tumore cosa farei? La domanda potrebbe sembrare a prima vista seria, ma lo è fino ad un certo punto. Lì si ferma non potendo più proseguire nell’indagine. Putacaso è la stessa domanda che mi è stata rivolta quand’ero ventenne da un amico di qualche anno più di me. Allora non fui in grado di rispondere poiché per me, a quel tempo, la domanda non aveva alcun senso: scoppiavo di vita-salute nonostante i problemi insiti nell’essere giovani e manco mi sarebbe passato per l’anticamera del cervello di pormi una simile e grave domanda. Feci scena muta con l’amico e non ebbi, come tuttora non ho, la più pallida idea di cosa potesse aver pensato del mio silenzio. Mi domandai però come mai mi avesse rivolto quella domanda mentre stavamo in piedi dinanzi al bancone di un bar del centro città bevendo un caffè.

Allora, come oggi, cosa farei se avessi un tumore maligno? La differenza è che oggi so più o meno cosa rispondere nel caso l’amico tornasse a rivolgermi la stessa domanda. Dico subito che la domanda è seria parzialmente poiché rimane giocoforza soltanto a livello intellettuale, teorico, non avendo io, per quanto ne so, almeno per ora, per davvero un tumore. Se ce l’avessi sarebbe un altro paio di maniche, sarei costretto, volente o nolente, a preoccuparmene senza alcun indugio; entrerebbero in gioco fattori emotivi e psicologici che ora non sono presenti e di cui nulla posso sapere finché il “problema tumore” resta a livello di pura ipotesi, non essendone coinvolto direttamente. In tal caso la serietà sta nel non varcare il limite, stando attenti a ciò che si dice su un tema-questione che non viviamo sulla nostra pelle, e questo riserbo dovrebbe valere per ogni discussione su argomenti che ci riguardano solamente a livello cerebro-verbale.

Assodato ciò, torniamo alla domanda affrontabile esclusivamente a livello teorico: cosa farei se avessi un tumore maligno? Abbozzando abbozzando risponderei come prima cosa che mi comporterei come ho sempre fatto finora di fronte a situazioni toccanti che richiedono una ferma e precisa presa di posizione. Se di mio fossi un tipo pauroso-timoroso — cosa che non sono —, risponderei quasi certamente in modo apprensivo con qualche frase dettata dalla paura: in sostanza paura di morire, paura della malattia e di tutte le sue conseguenze. Al contrario, fossi un tipo che affronta con lo stesso ardore-energia tanto il bello quanto il brutto — ed in effetti sono più o meno di questo stampo —, non mi lascerei scomporre più di tanto. Certo, accuserei il colpo in pieno, ma l’idea della mia morte non mi coglierebbe impreparato avendola più volte affrontata, più spesso da solo che in compagnia. Fin da ragazzo il tema 'morte' ha esercitato un certo fascino sul mio groppino, mai morboso, anzi quasi sempre tenero e sconfinato. Mi colpiva, allora come oggi, il lato ignoto-misterioso della morte e quando ci penso mi lascio catturare di proposito dai vagabondaggi della “pazza di casa”, la mente. Una delle domande che mi veniva da fare era: dopo morti dov’è che si va? Da giovane, ma anche adesso, mi piaceva pensare che sarei tornato esattamente da dove ero venuto. A quel punto, il punto si trasformava nella domanda: e da dove cavolo sono venuto? Di certo, riflettevo, non è stata la cicogna a portarmi qui sulla Terra e nemmeno forme di vita a me aliene: lunatici, solenidi, mercuriani, venusiani, marziani, giovenchi, saturnili, uranili, netturbini e plutonani. I miei genitori hanno qualcosa a che farci, senz’altro, ma non sono la vera fonte della mia venuta qui. La si chiami anima, scintilla divina, coscienza superiore, spirito vitale o qualsiasi altro termine evocativo-etereo, prima che io nascessi ero esattamente quella cosa lì e alla mia morte, dopo essermi manifestato nel corpo tal dei tali, tornerò ad essere quella cosa-sostanza impalpabile che, di comune accordo (a parte alcuni), chiamiamo anima, scintilla divina, coscienza superiore, spirito vitale, ecc.. Cos’ho da perdere a pensarla così? Nulla, anzi ci guadagno. Dato che — fatto incontrovertibile — nessuno di noi può sapere, al di là o al di qua di ogni ragionevole dubbio, cosa c’è dopo la morte, tanto vale illudersi, "far finta che", stando però entro i confini di ciò che possiamo ritenere possibile, verosimile, che può succedere, verificarsi. A che pro martellarsi a mo’ di Tafazi pensando che non ci sarà nulla, il vuoto totale, una volta morti? È un’assunzione valida tanto quanto quella professata da chi crede invece che ci sarà qualcosa, la resurrezione, la reincarnazione, un’altra (forma di) vita. Se X è l’incognita (= cosa c’è dopo la morte?), al suo posto possiamo mettere ciò che più ci aggrada-conforta e non ha alcun senso discutere se hanno ragione gli uni o gli altri, coloro che credono in qualcosa e coloro invece che credono al nulla dopo la dipartita. Oppure, e sarebbe la cosa più saggia da fare, potremmo attenerci al fatto che la morte è uno stato a noi ignoto, finché siamo in vita, e considerare l’equazione non risolvibile: X resta un’incognita a cui non possiamo dare un valore finché... fino a quando non entreremo nella casa della morte mentre siamo ancora vivi e vegeti nonché in carne ed ossa.



Giunti (e cardani) qui, il punto della domanda recita così: come si fa ad entrare nella casa della morte e, soprattutto, dove diavolo è che abita? In tutta franchezza posso solo dire che non ne so nulla, oppure che lo ignoro, oppure che mi appello al quinto emendamento o alla facoltà di non rispondere. Però, e qui sta la magagna (assieme al magoz), una coscienza ben superiore alla mia mi ha fatto intendere, così l'ho capita, che c’è modo di entrare nella casa della morte, in punta di piedi, ovviamente. Ho cieca fiducia nelle sue parole e sono in cammino verso la meta, il luogo ove essa dimora. In pratica, per quanto ne ho intravisto, bisogna dare un taglio netto a qualcosa, tanto per cominciare: ad un vizio cui siamo particolarmente legati e mai ci sogneremmo d’abbandonare; oppure alla propria ambizione, all’invidia, alla propria realizzazione, se di questo si tratta; oppure, ancor più profondamente, recidere d’un colpo l’immagine che si ha di se stessi o degli altri. Dovessi casomai incappare in un’esperienza di questo genere troncante, giungerei alla sua porta. Se la padrona di casa m’invitasse ad entrare, della qual cosa dubito, almeno per ora, vi riferirò (dietro suo permesso, ovviamente) dell’incontro con colei che non ammette deroghe o rinvii di nessun tipo né si lascia abbindolare dai nostri regali.