venerdì 7 ottobre 2016

Conviene raccontare palle?

Mentire, raccontare palle ha il suo perché e per come. Del perché lo vedremo a breve, del per come è una faccenda che lascio volentieri fare al singolo individuo, dato che è la varietà ad essere uno dei cardini principali della vita.


La mia idea al riguardo, in linea di massima, è che raccontare palle non conviene, per vari motivi. Essenzialmente perché comporta un dispendio di energie mentali in termini di doversi ricordare che quella cosa detta era una palla e quindi, per continuare a reggere il gioco (cioè essere credibili), è necessario avere buona memoria e dire cose che non entrino in contraddizione con la palla raccontata poco fa, ieri, o molto tempo addietro. Più passa il tempo e più aumenta la probabilità di scordarsi i connotati della palla raccontata. Una vera fatica! Al contrario, essere sinceri non richiede affatto di avere chissà quale prodigiosa memoria (cosa, questa, che solo il computer può reclamare come sua caratteristica peculiare) poiché non c'è modo di smentirsi agli occhi altrui. Ciò che si è detto sinceramente continua a filare dritto -nessuna contraddizione- nonostante il tempo che passa.

                    




Con ciò voglio forse dire che non bisogna mentire mai? Giammai! Esistono sicuramente casi/situazioni in cui è molto meglio mentire, specie in quei casi in cui ne va della nostra vita o di chi ci è caro più di ogni altra cosa. Gli esempi possono essere innumerevoli e lascio a voi il piacere d'immaginarne qualcuno. Nel caso non aveste questa capacità d'immaginazione/fantasia, mi spiace, ma avete dei problemi che fareste bene a prendere in considerazione.


A proposito del dire menzogne, mi sovviene uora uora una storiella del buddhismo zen in cui il maestro chiede al discepolo, sotto esame, se fosse stato capace di mentire. Questi, sorpreso dalla 'strana' domanda del maestro, rispose che mentire sarebbe stato contrario all'etica di un monaco. Al che il maestro replicò al discepolo di tornare per l'esame solo quando fosse stato capace di dire bugie.




Raccontare palle va benissimo anche quando si vuole giocare o scherzare prendendo in giro qualcuno. Non c'è nulla di male se il gioco/scherzo non è offensivo o lesivo per la 'vittima'. Anzi, saper raccontare palle può diventare un'arte se fatto coi dovuti crismi. Saper imbastire una palla che sia credibile e lasci allo stesso tempo piacevolmente sorpreso/interdetto l'interlocutore è cosa che in pochi sanno fare. Il maestro zen di poc'anzi aveva ottime ragioni per rispedire al mittente il discepolo che non sapeva raccontare bugie ritenendole contrarie all'etica della vita monastica.


Riassumendo, si può dire che conviene essere sempre sinceri salvo quei casi -questioni di vita o morte o situazioni ricreative/ludiche- in cui raccontare palle è più appropriato alla situazione corrente (attenti alla scossa che potrebbe essere in circolo).

     

I miei saluti a voi tutti, pochi o poco più che siate.

ps. le immagini sono state prese sul web digitando "vignetta sulla menzogna" nel campo ricerca.

domenica 4 settembre 2016

Trascen-Dance

Il titolo del post nulla ha a che fare colla Danza da Cestinare o Trascendere. Tratta di tutt'altra Cosa.

L'essere umano ha sempre cercato — fin dagli albori, in un modo o in un altro, in una forma o nell'altra, da solo o in gruppo — il significato dell'esistenza, di spiegare a sé stesso l'origine di tutto quanto, del perché dei fiori, delle stelle, del riso e del pianto, della gioia e del dolore, ... in una parola: Dio.

La parola "Dio", una volta scrostata e sc-ipollata (= sbucciata) dalle varie associazioni religiose, è un termine valido per indicare qualcosa di vago, impreciso e tuttavia "onnipresente". Tutti sanno, perfino il sottoscritto, che "Dio" è una di quelle parole che stanno ad indicare qualcosa di NON percepibile dai sensi. C'è una differenza abissale tra parlare di un oggetto, un bicchiere ad esempio, che lo si può indicare direttamente e discettare di qualcosa come "Dio" di cui non c'è alcun corrispettivo nel mondo esterno a portata dei nostri sensi.

Perfino la ricerca scientifica è un modo per cercare "Dio". Qualsiasi legge fisica o di altro stampo esprime un certo "ordine". Quest'ordine si è creato da sé (auto-prodottosi) oppure fa parte di un Disegno, di un Piano architettato (non da un Renzo) ma da un Essere Onnipresente? Comunque, anche nel caso che la Forza Primordiale fosse anonima e/o neutrale, la ricerca scientifica mira, consciamente o meno, a scoprire la Realtà che è "Dio", quel certo non so che di sfuggente e per nulla evidente.

Contrariamente a quanto ne possa dire e pensare la parte razionale-logica-incredula della scienza, sarà proprio quest'ultima mega-impresa umana sulla via della conoscenza che potrà rivelare il "volto di Dio". Dov'è presente ironia e paradosso allo stesso tempo, lì si trova sempre qualcosa di cicciotto e nulla vieta di proseguire fino a casa di francotto. L'ironia-paradosso è dovuta al contrasto tra il settore scientifico "ateo" da un lato e la prassi dell'esplorazione scientifica dall'altro. Più si cerca di allontanarsi da una certa idea - "Dio" - e più ci si avvicina. In un Universo chiuso nulla sfugge ed ogni cosa è co-presente-operante. Oggi noi vediamo l'esplosione di una supernova che potrebbe essere deflagrata svariati anni-luce fa. Tempo e spazio si compenetrano. Detto altrimenti, fanno all'amore. Saremo anche figli delle stelle, ma anche dei fiori.

PostuLato tutto ciò, come si fa a cercare Dio? Domanda sbagliata, se permette. Se fosse possibile elencare vari passi per arrivare a comprendere "Dio", ciò equivarrebbe ridurLo ad un metodo, un sistema attraverso la cui pratica si giunge là, ai confini del Cielo. Sarebbe come chiedere una pillola in grado di farci "volare" là dove nemmeno le aquile reali osano e tantomeno i bradipi-bipedi. Piuttosto tapina come propensione. Il Sublime è tale anche perché la Via che vi conduce è costellata di bagliori e lampi in una Notte tempestata dal buio più Pest, peggio di quello di Buda. La ricchezza sta proprio nel percorrere la Via-Lattea facendone qualcosa di Unico, Individuale e Completo, tale che prima o poi possa esplodere in una raggiante supernova che i nostri bis-tris-quartis-quintis-milionis ... miliardis nipoti potranno ammirare strada facendo in astronave negli iperspazi siderali e ponderali perché no.

Per trovare "Dio" bisogna non cercarLo. Ce lo riponiamo nel Cuore ma ce lo togliamo dalla Mente. Solo quando il processo è spontaneo-naturale, che vien cioè da sé, solo allora quel Qualcosa detto "Dio" è possibile che avVenga.

informazioneconsapevole.blogspot.it
Più sono riuscito ad esser vago ed amalgAmante, più significa che ho centrato lo scopo: parlarvi di quell'elusivo concettone-polpettone chiamato "Dio" senza dirvi nulla di che in merito. Non si può parlare di qualcosa che NON si conosce. Tutt'al più, per ribadire che altro, il compito della Scienza è rendere sempre più che mai evidente ciò che non lo È ("Dio"), con pace di quella buon'anima di Bertrand the Russell. Se si gioca a Nascondino, che gusto ci sarebbe rivelare a chi deve trovarci dove siamo nascosti?

sabato 20 agosto 2016

Guerra SI, guerra NO

La guerra è sempre una calamità oppure ci sono casi in cui è necessaria nonostante tutto?

Goya - i disastri della guerra

In larga misura dipende dalla persona a cui viene rivolta la domanda: un guerrafondaio risponderà certamente di SI mentre un convinto pacifista replicherebbe con un secco NO. Poi ci sono quelli che stanno tra questi due "estremi" — il corpo maggioritario di quasi tutte le civiltà/società — tra cui si spazia da chi ha più o meno le idee chiare (sa quando dire SI e quando dire NO), a quelli indecisi che si fanno trasportare dagli eventi o dalle influenze esterne senza però prendere mai una decisione univoca, precisa e, cosa più importante, di testa propria.

A parte i guerrafondai, se chiedete a chi ha partecipato ad una guerra se lo rifarebbe, vi sentirete rispondere un sentito e sofferto NO. Provate solo a pensare a tutti i danni ricevuti, fisicamente e mentalmente, dai reduci di guerra, ad esempio quelli del Vietnam o quelli di casa nostra o di qualsiasi altra parte del mondo. È un'esperienza che lascia un segno indelebile e, purtroppo, spesso anche dannoso per la salute psicofisica.

Esiste allora la guerra giusta? SI o NO?

Se uno Stato viene attaccato militarmente, è giusto che risponda anch'esso con le armi? Direi proprio di SI. Però il problema sta a monte. Prima che la guerra scoppi nel frattempo agiscono tutte le varie cause che hanno poi portato allo scontro finale. È quindi necessario disinnescare tali cause se vogliamo prevenire la guerra. Lasciamo perdere per il momento i motivi che possono scatenarla — economici, religiosi, politici — e concentriamoci sui "veri fattori" che portano a massacrarci a vicenda. I motivi interiori li conosciamo anch'essi bene — volontà di dominio, sete di potere, sfrenato egoismo, spinta all'esclusività, competizione senza regole, odio prolungato nel tempo -,  e tuttavia anch'essi dipendono a loro volta da qualcos'altro, o forse NO? Se dicessi che il nocciolo è la smisurata, straordinaria mancanza d'amore nei nostri rapporti reciproci, sembrerei troppo sentimentale/romantico? Probabilmente, a molti, SI.

Eppure... provate a riflettere se "l'amore" che provate per qualcuno a voi caro possa allo stesso tempo coesistere con un sentimento d'odio che nutrite nei confronti di qualche altra persona (e questo può succedere anche verso la stessa persona: prima si dice di amarla e poi si finisce per odiarla). Non è forse una contraddizione interna? Non causa forse qualche sorta di malessere sia in noi stessi che nell'Altro? Comunque la pensiate al riguardo, potete stare certi che tale condizione ha il suo effetto sul nostro stato psicofisico. Io ritengo, al di qua e al di là di ogni irragionevole certezza, che quando si ama davvero qualcuno, che può anche essere un animale o qualche altro genere di organismo vivente, quell'amore sconfina dai limiti della sua esperienza specifica e investe il mondo intero con la sua calda-tenera ma decisa-sferzante brezza... Lo so, troppo poetico come modo di dire, ma credo possa rendere l'idea.

Se davvero fossimo intelligenti così come riteniamo di essere, perché continuiamo ad ammazzarci gli uni con gli altri? Perché trattiamo la natura come fosse nostra nemica inquinandola o solo come un serbatoio da cui attingere depredando-sfruttando oltre misura senza preoccuparci delle dovute e inevitabili conseguenze a breve, media e lunga distanza? L'ambiente è strettamente e indissolubilmente legato alla nostra sopravvivenza: fottiamo l'ambiente e fotteremo noi stessi. Avete per caso mai visto un organismo vivere sospeso nel vuoto senza un ambiente che gli fa da contorno-partner?
Perché, d'altro canto — un canto veramente triste, esiste ancora una così spaventosa povertà a carico di una grossa fetta della popolazione mondiale nonostante tutti i progressi scientifici, mentre d'altra parte la ricchezza è concentrata in un manipolo di mani (pulite?), che sfiora si e no l'un per cento dei sette miliardi o giù di lì che siamo attualmente? Non esiste forse una stretta correlazione tra le due cose?

Che fine hanno fatto i nostri tanto decantati valori etici? Se, come è giusto che sia, non vogliamo venga fatto del male ai nostri cari, come mai "permettiamo" che venga fatto del male a qualcuno sia pur lontano da noi, visto che a sua volta anche tale persona ha i suoi cari a cui è col-legato? La nostra felicità dipende da quella degli altri: è matematico! (e non solo...)

Fatto sta che abbiamo costruito un sistema che non rispetta la vita umana — e tantomeno le altre forme di vita -, la quale viene dopo gli interessi economici, o qualsiasi altro motivo che in definitiva è secondario rispetto al valore inestimabile di poter partecipare all'avventura su questa nostra (di tutti) Terra. Non si tratta forse del solito errore legato al delirio d'onnipotenza del voler avere sempre più e più cose? È da migliaia di anni che stiamo suonando lo stesso disco, dal lato etico/spirituale. Ci siamo evoluti per altri versi, più che altro all'esterno, creando la scienza, la tecnologia e tutto ciò che può alleviare la nostra fatica e il nostro dolore fisico. Ma dal punto di vista etico/spirituale, che è poi quello dell'Amore, i passi non-fatti sono andati nella stessa direzione sbagliata: abbiamo imparato fino alla nausea modi sempre più sofisticati e asettici per uccidere più in fretta e in gran massa il cosiddetto "nemico".

Tuttavia, se per un attimo vi fermate, inalate con un sospiro profondo e fate mente locale/vuoto, provate ora a pensare ai film in cui c'è il Buono e il Cattivo, e dovrebbe apparirvi chiaro che senza il Cattivo non ci sarebbe nemmeno più una Storia da raccontare e tantomeno si potrebbe tifare per il Buono. Sostituite "Buono" con "Pace" e "Cattivo" con "Guerra" e il gioco è fatto: saprete immediatamente rispondere se ci sono casi in cui la guerra è da farsi.

Picasso Pablo

A mo' d'esempio supponiamo che esistano due popoli/tribù che condividono lo stesso territorio. Finché il cibo non scarseggia non c'è ragione di preoccuparsi. Ma mettiamo che dal cielo non cade più pioggia per lunghi mesi e mesi... il cibo comincia a scarseggiare e non ce n'è più per tutti i membri di ciascun gruppo. La penuria di cibo potrebbe derivare da altri fattori, tipo sovrappopolazione; in tal caso dovremmo trombare meno oppure troviamo altri mezzi più idonei e che non tolgano il piacere? Qualunque sia la causa della carestia, è giunto il tempo di fare la guerra. È meglio che i contendenti comincino subito a scannarsi a vicenda senza preavviso in una escalation di crudeltà ed orrore, oppure in qualche modo - che dipende, come sempre, solo ed esclusivamente dall'intelligenza/sensibilità - riescono a "mettersi d'accordo" per fare una guerra in cui siano rispettate alcune regole (ad esempio non uccidere i bambini, gli indifesi e altre categorie) fissate da entrambi i campi di battaglia? Le regole che davvero contano sono però quelle dettate dal "cuore": avere il coraggio di uccidere l'Altro e allo stesso tempo rendergli omaggio. Non è affatto uno scherzo. Provate solo a pensare se nel campo opposto ci fosse qualcuno a voi caro...

Naturalmente, se l'intelligenza/sensibilità fosse operante, non si arriverebbe mai a scatenare una guerra per causa nostra tranne vi sia qualche ragione esteriore che ci spinga a farla. Allo stesso modo, se l'intelligenza fosse stata in funzione, ci saremmo armati fino ai denti spendendo cifre da capogiro per poi arrivare a firmare trattati per il disarmo di quegli stessi ordigni mega-distruttivi? L'eperienza ha sicuramente dimostrato uno dei concetti cardini della cibernetica: un anello chiuso retro-attivo — i cui "elementi" sono cioè collegati di modo che il risultato (uscita) è connesso di nuovo all'ingresso dell'anello -, che abbia come risultato un "guadagno positivo", finisce per andare fuori controllo (in fuga), ed è esattamente ciò che è successo con "l'elemento" della corsa agli armamenti.

Ritengo che, anche nel caso limite di una carestia di dimensione planetaria, si possa decidere di comune accordo e per libera scelta di non farsi la guerra ma — ad esempio — "eliminare" come prima cosa quelli dallo spirito animale che vogliono combattere per il gusto della lotta, del sangue e altre truculenze — i guerrafondai; poi manderei in campo i soldati, quelli che combattono fino alla morte mantenendo lo spirito cavalleresco; poi passerei ai più vecchi (quelli che, comunque, hanno vissuto più degli altri); a seguire lascierei i malati al proprio destino e permetterei a chi lo voglia di andarsene all'altro mondo per puro spirito di auto-sacrificio (bonzi, bodhisattva, martiri ecc.). Non appena la situazione torna ad essere sostenibile, si torna a trombare alla grande e amici/nemici come prima. In definitiva si cerca il male minore, ma il Male, il Cattivo, la Morte, svolge comunque la sua ingrata e indispensabile parte, seppur si riuscisse a ridurla al minimo necessario.

E bisogna anche tener presente che chi sopravvive in caso di calamità — planetaria o localizzata che sia — soffrirà certamente meno se le cause dell'annientamento dei suoi cari derivano da forze naturali anziché per mano di altri esseri umani, gente della nostra stessa specie.

L'estate sta scemando e non è sola in questo andazzo.

venerdì 19 agosto 2016

Il rapporto che non c'è

Sarebbe corretto dire che i nostri rapporti vanno bene e non ci creano problemi? Magari fosse così! Purtroppo dobbiamo ammettere a noi stessi che i nostri rapporti sono più una fonte di problemi di quanto non siano proficui dal punto di vista del benessere proprio e di quello degli altri a cui il nostro è strettamente collegato. A parte casi sporadici, sparsi qua e là, la razza umana nel suo complesso vive rapporti di merda. Nemmeno in famiglia si ritrova quell’armonia e quell’equilibrio cui la stragrande maggioranza di noi anela a conseguire.

Ciò non significa che la lotta non abbia alcuna ragione di esistere, ma dovrebbe essere una guerra-gioco come quando si gioca(va) ad indiani contro cowboy o come quando ci si combatte ma pur sempre nello spirito del gioco o della gara, come alle Olimpiadi. La lotta ha le sue regole, esplicite e sottese, che non contemplano la distruzione dell’avversario, la sua eliminazione o la sua morte. È un contendere che presuppone dei limiti. Se ammazzo l’avversario, il nemico, il gioco è finito e tutto ciò che sarebbe stato in potenza ancora possibile tra di noi non potrà mai più verificarsi. Questa linea d’azione oltre che crudele è anche miope, per non dire cieca.

Allora come possiamo rivoluzionare il nostro rapporto con tutto ciò che c’è nel mondo esterno di modo che l’energia fornita dalla voglia di vivere non venga mai a scemare? Dipende dal punto del cammino in cui uno si trova. Per chi è del tutto confuso (o quasi), propongo di non fare niente, a parte le incombenze quotidiane come pagare la bolletta del gas o tagliarsi le unghie dei piedi, e darsi all’ascolto, all’osservazione e, se ne ha la spinta, di raccogliere svariate informazioni che possono essergli utili. Coi mezzi disponibili oggi, non dovrebbe costare tanta fatica, giusto del tempo a disposizione e lasciarsi guidare dall’intuito nella ricerca delle informazioni. Internet offre uno sterminato serbatoio di contenuti da far girare la testa a Bergonzoni, e può anche succedere che ti ritrovi su una pagina web dove trovi s-punti che in qualche modo sono collegati alla tua vita, alla tua situazione attuale. Naturalmente, nella ricerca in questo vasto oceano d’informazioni di tutti i tipi e generi, si può anche incappare in contenuti che non ti saresti mai sognato di cercare deliberatamente; talvolta tale eventualità può fare al caso nostro, altre volte no.

Per chi invece è sì confuso ma solo in parte, tipo me, suggerisco di riordinare le idee. Solitamente la sequenza consigliata per riordinare le idee è fare una profonda inspirazione prima di darsi al compito, o all’ippica. Ovviamente è necessario anche espirare, prima o poi, per poter poi nuovamente inspirare — pena la morte, garantito. Può sembrare una banalità, ma inspirare ed espirare consapevolmente (ossia prestandovi attenzione) prima di accingersi a svolgere un compito che richiede concentrazione, aiuta a compierlo meglio e in scioltezza (una volta raggiunto un certo grado di dimestichezza con il processo). Provare per appurare di prima mano. Dopotutto e innanzitutto siamo organismi la cui funzione respiratoria è imprescindibile e riveste un ruolo fondamentale.

Possiamo fare due affermazioni importanti a partire da cui... (e restar fermi finché non si è assimilato il cibo cognitivo). La prima è che l’esperienza umana è in atto da centinaia di migliaia di anni e questo tesoretto è contenuto in ognuno di noi. Il punto è come connettersi col tesssoretto schivando il Gollum (dentro ognuno di noi) che lo vorrebbe solo per sé. La seconda affermazione rilevante è ciò che i buddisti chiamano “presenza”. La si può anche chiamare “attenzione”, “stare in campana”, “vigilare” e altri termini corrispettivi, ma ritengo che “presenza” renda meglio l’idea più di qualsiasi altra parola e non perché io sia buddista, bensì perché non mi sento settario e prediligo quei termini che riescono ad esprimere più compiutamente un concetto. Se qualcosa può aiutarmi a capire meglio una data questione, non sto certo a preoccuparmi più di tanto della fonte da cui proviene, sebbene possa avere la sua importanza conoscere l'origine. Chiunque, anche il più stupido degli esseri, esprime una particella di verità per chi è capace di coglierla.

Riguardo la prima affermazione è da notare, ad esempio, che quando i neuroscienziati studiano il cervello, stanno studiano il cervello umano e non quello di qualcuno in particolare. Sui libri che trattano del cervello, non troverete mai scritto che tale organo appartiene a Tizio, Caio, Sempronio o Luigi. Il cervello si è evoluto per tutti, sono le sue manifestazioni ad essere differenti, come è giusto che sia. È come dire che lo “sfondo” è comune a noi tutti mentre il “primo piano”, il personaggio da noi interpretato e/o vissuto, differisce a seconda di come viene incarnato lo sfondo.

Per quanto concerne la seconda affermazione c’è da notare che “presenza” può avere significati molto estesi ma comunque inclusivi. A parte l’attenzione alle cose esterne, che ci vuole pena il rischio di farsi male o incorrere in sgradevoli situazioni, è necessario anche un’attenzione interna; attenzione ai propri pensieri, alle proprie sensazioni man mano che accadono. Ciò vuol dire essere coscienti delle nostre intenzioni, dei nostri presupposti. Qualora l’intenzione o il presupposto fosse errato, va da sé che anche tutto ciò che ne consegue sarà viziato da quell’errore. Non ci vuole certo un genio per capire questo semplice passaggio mentale. All’inizio, la “pratica della presenza”, sarà quasi sicuramente ostica, sfuggente e sembra aver poco peso. Ma, come per qualsiasi attività che ci preme di portare avanti, è proprio la pratica, il “duro lavoro” che ci permette poi di raggiungere il punto in cui inizia la discesa e allora sì che possiamo surfare sulle creste delle nostre onde mentali. La padronanza del processo o processi mentale/i, semmai fosse raggiungibile, è alla portata di chi non si lascia irretire da essa. Se ti gasi sei fritto, se invece ti sottovaluti, sei fesso oltre che masochista.

Sono le tre di notte e vi dò la buonanotte.


I miei omaggi alla vostra solida intelligenza unita ad una profonda leggerezza.

domenica 12 giugno 2016

coerenza, contraddizione - la terra in cui si cammina sui ceci

La coerenza è valida ad un certo livello e sbagliata ad un livello differente?
Per la contraddizione è la stessa solfa? Valida ad un certo livello ed errata ad un livello differente?
Io posso rispondere, o almeno  ci provo, ma voi dovreste fare altrettanto senza lasciarvi ipnotizzare o incantare dalle spiegazioni di un altro, chiunque esso sia, dal guru-maestro più in voga fino a toccare tutti i campi in cui eccellono i cosiddetti esperti, scienziati compresi. Leggere,, informarsi, sapere tante cose fa sicuramente d’uopo e piacere, ma, come ogni genere di conoscenza nelle mani di una sola mente (mia, tua, sua, fa lo stesso), non può certo contenere tutto lo scibile; altrimenti detto, l’esperienza di momento in momento è al di là delle parole, poiché queste ultime non potranno mai e poi mai contenere e/o trasmettere tutta la ricchezza insita in quella specifica e momentanea esperienza. Chi asserisce o pensa il contrario, mente senza saperlo oppure è stolto (sebbene potrebbe anche essere un finto stolto, cioè un inveterato furbo).

Tanto per cominciare, si può dire che la coerenza è non contraddirsi; in campo scientifico, questa sonora e sfiatata affermazione è considerata un assioma. È così e basta.
Che la coerenza sia continuare a pensarla sempre in un certo modo riguardo a qualcosa di particolare e a cui teniamo molto? Forse che cambiare idea in questo caso possa voler dire destabilizzare il nostro senso di sicurezza? Se un certo giorno l’esperienza mi dovesse far nascere dubbi riguardo qualcosa che ho sempre considerato assodato e certo, come mi comporto? Preferisco tenermi la mia idea poiché altrimenti se la lasciassi cadere mi sentirei profondamente turbato e insicuro, oppure accetto la “nuova verità” e mi attengo ad essa dovesse costarmi pena e timore? Un vero e serio cercatore della verità saprebbe certamente cosa fare, altrimenti non sarebbe ciò che crede di essere o vuole essere; si smentirebbe da se stesso, optando per il falso anziché menare il cane verso il vero.

Per cui la coerenza non è continuare a pensarla sempre in un certo modo; sua caratteristica è l’essere adattabile e flessibile alle sempre cangianti situazioni della vita, giorno dopo giorno. A questo livello, se la coerenza non si adegua ai fatti, è sbagliata e controproducente. Esiste però un livello tale per cui la coerenza è sempre la stessa, immutabile per chi volesse delinearne il contorno? L’onestà è forse qualcosa che cambia da situazione a situazione, a seconda se mi conviene o meno? O si è sempre onesti o non lo si è. Chiamasi integrità. In questo senso, essere onesti è anche essere coerenti.

La contraddizione è una brutta e bella bestia. Mette a disagio, sbanda la mente, ci avviluppa nel vortice della regressione, che si spera vivamente non sia infinita. Eppure, come spesso accade, qualcosa che ha tutta l’aria di essere completamente negativa, rivela invece un lato che inverte il nostro giudizio e ci fa considerare quella cosa positiva. È un percorso pericoloso; alcuni ce la fanno altri no. Un esempio di contraddizione interiore potrebbe essere l’avere ideali ma non seguirli in pratica, restando così lettera morta. Accorgersi che qualcosa in noi non va per il verso giusto e continuare come se niente fosse, è una contraddizione che non ci porta affatto lontano, anzi ci danneggia, logorandoci pian piano o tutto d’un botto. Stessa cosa vale riguardo al sentire che qualcosa è vero ma non attienervicisi per paura, pigrizia o noncuranza. Pure questo è un veleno che prima o poi produrrà il suo effetto nefasto. Qualsiasi desiderio in noi che entra in conflitto con un altro desiderio è contraddizione.
Cosa bisogna fare con la contraddizione? Viverla. Esaminarla. Capirla. Una volta compresa se na va da dove è venuta, senza che noi facciamo nulla affinché ciò avvenga. Abbiamo già dato prima, vivendola, esaminandola e capendola (quel borgo nei pressi di ca’ obliqua, di fianco a ca’ tic-tac). L’aspetto positivo della contraddizione sta nell’essere in grado d’indirizzarci vero altri lidi: una volta scoperto che una certa strada/modo-di-pensare non ha sbocchi, possiamo fare marcia indietro e imboccare un’altra via. È anche per questo che conviene essere coerenti tra ciò che si pensa e cioè che si fa. Seguire una strada con coerenza; se dovesse risultare errata prima o poi ci porterà a sbattere contro l’ostacolo facendoci capire immediatamente il pasticcio (vegano o di carne che sia) in cui siamo finiti così da poterci ravvedere. È fermarsi a metà strada che è deleterio e in definitiva tempo sprecato. Dovesse invece rivelarsi la strada giusta, è comunque sempre grazie alla coerenza che siamo giunti a cotale risultato.

Non tutto può essere vero e valido, altrimenti, se lo fosse, salterebbero tutti i criteri che ci  permettono di distinguere tra le cose. Vivremmo allo sbando più totale. Se tutto non può essere, significa che esiste ciò che è vero e ciò che è falso. Tali criteri di distinzione non sono fissi, stabiliti una volta per tutte, ma vanno ri-scoperti a seconda del momento, del contesto in cui sono. Oggi non è ieri e domani sarà diverso da oggi. Viviamo in un mondo dinamico, le cose evolvono, le relazioni sono molteplici e strutturate su vari livelli. Che cavolo ci stanno a fare i pensieri statici, le prese di posizione tipo “è così e non si discute”? Chi si ferma è perduto (nel caso avesse dovuto invece proseguire), ma anche chi avanza più del dovuto è spacciato (nel caso non sappia fermarsi dove c’è il cartello con su scritto “off limits”).

Probabilmente, come diceva G. Bateson, «essere coerenti è difficilissimo e forse impossibile», ma, vi e mi chiedo, quale altra via possiamo percorrere se non eliminare assiduamente e con costanza le contraddizioni che scombussolano l’energia del nostro essere? Poiché nessuno nasce imparato, è come dire che la forma grezza da cui partiamo è suscettibile di essere raffinata strada facendo. Si cresce fisicamente e si cresce mentalmente. Se tutto fosse già deciso fin dall’inizio, cosa ci siamo venuti a fare al mondo? Per recitare un copione già scritto? Voglio la sorpresa, e in questo modo di vedere il mondo non ce n’è manco un pizzico. Ammesso esista il destino, siamo noi stessi i suoi artefici… meno male, poiché almeno so con chi prendermela se qualcosa dovesse andare per il verso…


Sinceri saluti.

martedì 3 maggio 2016

Cosa c'è dopo?

Una volta morti, è tutto finito?
Ammettiamo pure che non ci sia nulla, come dice chi non crede in un al di là, atei (quelli coerenti) e compagnia allegra. Ma se non ci fosse davvero nulla, a parte che in tal caso non potremmo mai accorgercene, che senso può avere vivere una vita sobria anziché una dissoluta? Sia che viva responsabilmente o in modo scriteriato che differenza può mai fare se poi non c'è più nulla? A che pro vivere una vita sana, onesta, integra invece che corrotta e degenerata se poi il risultato finale è sempre lo stesso? Nulla! Tanto varrebbe darsi al piacere più sfrenato?, verrebbe da chiedersi.

Si potrebbe obiettare, a ragione, che l'approccio alla vita non dovrebbe dipendere dai frutti della propria azione ma dal contesto stesso in cui si svolge l'azione; in parole povere, ossia meno contorte, si agisce come si agisce perché in quel momento si sente che è la cosa da fare e non perché si spera di ricavarne qualcosa. In parole ancor più povere, l'azione disinteressata è l'unica vera azione, il resto è re-azione (comportamento condizionato, alla ricerca di un risultato, di una gratificazione, un titillamento per l'io).

Riferito al dopo-vita, ciò cosa significa? Che non importa granché che si creda o meno in un al di là, ma l'essenziale è vivere in modo da sentirsi collegati ad una vasta, complessa rete multidimensionale in cui siamo tutti e tutto irrimediabilmente intrecciati, lo si voglia o no, ci si creda o no. Di certo si giunge a pensarla in un certo modo, ad esempio come quello mio di adesso, perché si è indagato, ricercato, esplorato e non perché si è letto una certa frase in cui ci si identifica e morta lì. Ciò che leggo sui libri o che ascolto da altri non posso dire d'averlo fatto mio finché non ho visto/capito ogni lato a mia portata che tratteggia e dà forma alla questione in esame. È altamente improbabile giungere a un livello in cui si è capaci di risponde prontamente alle diverse situazioni della vita per mezzo di una poderosa memoria accumulata attraverso l'esperienza di ogni giorno. Avere buona memoria non guasta affatto, e andrebbe tenuta a freno nei momenti opportuni, ma l'agire rapido implica spontaneità e questa non si può coltivare, immagazzinare e tantomeno ricordare; sarebbe un controsenso.

Sapendo di non sapere se c'è o non c'è qualcosa dopo, è come dire che tengo riservata l'eventuale sorpresa. Se ho vissuto all'altezza della mia posizione nel nodo della rete universale di mia competenza in cui mi ritrovo e sono rappresentato, allora la sorpresa potrebbe forse essere esplosiva o semplicemente ad effetto naturale, qualcosa che sicuramente supererebbe  di gran lunga la mia più fervida e putrida immaginazione. Ma se invece ho vissuto isolando di mio il nodo dal resto della rete dagli infiniti nodi, non voglio immaginare l'amara sorpresa che ne potrei avrei in riserbo.

Ovviamente, se fossi convinto che una volta morto non ci sia assolutamente nulla, non solo non ci sarebbe alcun problema, ma non potrei nemmeno sapere se c'è o non c'è problema. Il nulla non ammette altro che nulla. Quindi nessuna percezione, nessun testimone, nessuna coscienza. È assurdo anche il solo parlarne. O no?


Termino questa soggettiva incursione nella risposta alla domanda "Cosa c'è dopo?" con qualcosa di ben più elevato spiritualmente, tratto da "KENSHO. Il cuore dello Zen", e di cui non posso garantire la comprensione e la chiarezza... né la mia, figuriamoci la vostra...

... « Nella Trasmissione della luce, dove si narra del primo ministro En Ts'ao il quale chiese a Kuei-feng: "Che fine fanno gli uomini illuminati dopo la morte?" Kuei-feng rispose: "Tutti gli esseri sono in possesso dell'essenza della consapevolezza, dell'illuminazione spirituale, non diversa da quella dei Buddha. Se vi risvegliate a questa essenza, essa è identica al corpo della realtà; poiché non proviene da alcun luogo, come potrebbe finire da qualche parte? Quando l'illuminazione spirituale non è oscurata, essa è sempre chiaramente consapevole. Non viene da nessuna parte e non va in alcun luogo. Semplicemente, prendete la piena serenità - e non il corpo fisico - come il vostro essere; considerate l'illuminazione spirituale - e non i pensieri erranti - come la vostra mente. Se sorgono i pensieri erranti non seguiteli affatto; così alla fine della vostra vita le abitudini coatte non potranno vincolarvi: anche se c'è uno stato intermedio, potete andare liberamente dove volete, dimorando in reami umani o celestiali a vostro piacimento". Ecco dove va la vera mente dopo la fine del corpo. »


I miei omaggi a noi tutti, mezzi morti, alcuni belli altri brutti.

domenica 20 settembre 2015

Riflessioni di un idiota

Cominciamo dall'inizio, dal titolo del post. I titoli hanno diversa valenza a seconda dei casi, vedi anche i giramenti di Borsa del mercato affaristico. Ci sono volte in cui il titolo si presenta spontaneamente ed è sufficiente scriverlo e morta lì. In altre occasioni è frutto invece di una scelta ragionata. Altre volte si è indecisi su quale titolo dare e in questi casi o ne viene scelto uno a caso oppure lo si estrapola dallo scritto. Propendo decisamente per l'opzione "titolo spontaneo" oppure quando viene più o meno accuratamente scelto; una combinazione di queste due modalità è per me l'optimum et unicum amarognolum. Riguardo questo preciso post, il titolo è uscito dal senno a mia insaputa, per cui in buona parte spontaneo, ed è stato amore a prima vista. L'elucubrazione raziocinante sul significato del titolo la sto facendo proprio ora. È una giustapposizione che sto appiccicando Adesso, ossia Dopo aver avuto il flash spontaneo di che titolo dare mentre NON stavo percorrendo la via per Damasco. Le domande sono: "Perché proprio questo titolo e non un altro?" e "Ha in sé qualche significato recondito?"

Alla prima domanda mi è facile rispondere. Essendo stato inconscio, l'emergere di un titolo di tal fatta vale l'altro ed in siffatti casi è il primo suggerimento quello che conta.

La seconda domanda è quella di cui c'importa (in un secondo tempo, volendo, c'esporteremo). Essendo nato da un atto non-volontario, nemmeno poteva esserci nel titolo un significato pregresso. Gliene sto dando uno ora. Da significato recondito dovrò trasformarlo in significato palese [lingua dell'etnia che vive alle appendici (errore da non correggere) dell'Himalaya, nello Stato del Pal che confina col Népal]. Il titolo di questo post mi permette alcuni vantaggi non trascurabili "nel caso che". Prima cosa, ci si potrebbe chiedere se un idiota possa mai essere in grado di riflettere; in caso affermativo le sue considerazioni non sarebbero inequivocabilmente altrettanto idiote? Negare questa specie di assioma significa ammettere che non è poi così idiota e quindi abbiamo un saporito paradosso poiché stiamo negando uno dei due termini che costituiscono il titolo così com'è (una generica frase di senso compiuto). In altre parole, se in questo post dico idiozie non avete motivo di stizzirvi poiché il titolo stesso avverte che sono un idiota e può quindi valere il detto "uomo avvisato mezzo salvato". Se invece dovessi per puro caso affermare cose interessanti e magari anche intelligenti, ci farei senza dubbio un figurone di (e in) questo mondo. Da tutto ciò che ho detto finora se ne può dedurre che questo titolo spontaneo è in sostanza un modo per pararsi il culo. Da questa semplice constatazione ne consegue che probabilmente non è corretto considerare il "livello inconscio" così diverso da quello cosciente. Può essere meschino (auto-protettivo) tanto quanto l'altro, sebbene resti necessariamente più ricco-multiforme e in parte selvaggio (ineducato).

Abbandoniamo la tiritera sul titolo e restiamo sì in tema d'idiozie ma pur sempre riflesse. Un idiota è condannato a rimanere tale oppure può cambiare? Pensare che l'idiota non possa uscire dal suo stato non è per niente carino e sarebbe come affermare che in qualche modo - non importa quale (ambientale o genetico)  - siamo determinati una volta per tutte, il che non è dimostrabile, non secondo i canoni scientifici, quantomeno o per lo più. E, al di là di questo, pensarla così equivale a martellarsi sui maroni o strizzarsi i capezzoli con tenaglie poiché al momento si può anche non essere idioti ma fino alla morte c'è sempre modo e tempo per diventarlo. Nulla è acquisito una volta per tutte; un altro assioma dal reparto cerebro "Camera sinaptica/simpatica delle idiozie".

Se sposiamo quindi la tesi secondo cui un idiota può ravvedersi trasformandosi così in un essere intelligente, in che modo potrebbe farlo? Un idiota che cerca di diventare intelligente può mai riuscirci? La risposta è un NO secco al di là di ogni ragionevole dubbio. Nel mentre cerca di essere o diventare intelligente, continua tuttavia a permanere l'idiozia poiché il desiderio (la proiezione di essere intelligente) proviene (nasce) da uno stato tale, così come per le sue azioni. È necessario come prima (ultima e sola) cosa liberarsi dello "spirito idiota" (mediante la sua comprensione). Fatto ciò, si risveglia allo stesso tempo anche l'intelligenza. È come dire che bisogna prima accettare lo stato in cui si è, conviverci, scoprire tutto ciò che lo riguarda e soltanto allora si spalancheranno i cancelli della "Cittadella Smart", così chiamata perché vi circolano esclusivamente pseudo-automobili di quel tipo. Questa sorta di "strategia passiva stando all'erta" funziona con qualsiasi problema psichico o quasi (l'eccezione, lo si sappia o no, confermerebbe la regola).

Dovrebbero quindi essersi dileguate le nebbie del "non so che cazzo fare". Nel caso si fosse idioti, è in ogni momento possibile smettere di esserlo a patto che non si fugga da se stessi e si rimanga con ciò che c'è e si è o si crede di essere. Nel caso invece si fosse intelligenti, potrebbe di primo sniffo sembrare che non ci siano problemi. Ma chi decide se siamo intelligenti o no? Noi stessi (troppo comodo e un tantone pretenzioso) oppure le relazioni che abbiamo con il "là fuori"? Io dico che è buona la seconda che ho detto. Incamminarsi sulla via della "visione beatifica" (è un modo di dire buono quanto un altro a patto che s'intenda quel che è da intendersi; dopo tutto le parole sono solo nomi, indicatori di "qualcosa", ed è questo "qualcosa" che conta non la parola che lo denomina (seppur utile ed essenziale quanto si vuole)) richiede impegno e duro lavoro a livello mentale: l'eliminazione di qualsiasi genere di illusione (romantica, idealistica, religiosa, politica, economica, spirituale, psicologica, mitica, mistica, personale o derivata da altri). Paragonato ad un compito fisico è come dover scalare una montagna fino a raggiungerne la vetta. Molti tra quelli che ci provano giunti a metà rinunciano di salire fino in cima; tra questi si annoverano anche tutti quelli che si accontentano di ciò che hanno trovato a quelle medie altezze. Rimangono i pochi e sparuti solitari, i soli che si avventurano fin sul cocuzzolo. Sebbene sia possibile farlo in due ciò si dimostra estremamente raro. Raro x raro è equivalente a qualcosa di molto raro, più raro del solito raro.

Chi di noi se la sente per davvero d'intraprendere questo viaggio interiore-esteriore? Richiede un coraggio enorme: denudarsi da tutto ciò che si è e/o si vuole diventare. Si racconta che non molto tempo fa, un tale chiese ad un personaggio-saggio considerato "illuminato" (non faccio nomi perché non lo ritengo un fattore essenziale) se fosse stato in grado di dargli l'illuminazione. Il saggio rispose che sì, era in suo potere dargliela, ma lui era in grado di riceverla? Se prendi una scossa ad alto voltaggio nonché intensità di corrente, credi forse di poter rimanere vivo senza cautele (apparato di salvaguardia)? La serietà mescolata al gioco, è una buona fetta di quell'apparato di salvaguardia di cui poc'anzi. In questa visione metaforica che sto proponendo, la vetta della montagna rappresenta la "visione beatifica", l'illuminazione, l'integrazione dell'essere, l'eccellenza o qualsiasi altro nome si voglia dare all'esperienza. Le quote più basse rappresentano in sostanza la mediocrità in tutte le sue forme e gradazioni. Qui non si tratta affatto di "esseri inferiori" (quelli che rinunciano o si fermano prima di giungere in vetta) contrapposti ad "esseri superiori" (superumani?), i soli in grado di farcela (per fattori ereditari o capacità acquisite), ma si tratta di chi ha rinnegato o tradito se stesso, il suo essere unico e irripetibile, e di chi invece anche a costo della propria vita si è avventurato fin sù, ignaro di cosa potesse riservargli ma deciso a raggiungerlo.

Né si tratta di una questione morale (nessun premio o punizione, né adesso né dopo). Si raccoglie ciò che si semina, dopo tutto. Se mi fermo a metà del cammino o prima della vetta, vivrò una vita dettata dalle condizioni che esistono a quel livello, a quell'altezza. Allo stesso modo, se raggiungo la cima non potrò altro che vivere e sperimentare "momenti svettanti" adeguati al più alto livello in cui mi trovo. Non c'è nulla di anti-democratico in questo modo di vedere e tanto meno c'entra la meritocrazia. E prometto che nel caso raggiungessi la vetta non mi metterò poi a sputare verso chi si trova più giù. In ogni caso, secondo l'assioma che nulla è acquisito per sempre, chi raggiunge la cima può sempre tornare a scendere e nel caso costui mi avesse sputato in testa saprei il trattamento da riservargli, adeguato al livello in cui ci troviamo entrambi.


Un sentito saluto a tutti, compreso me, l'idiota di turno.